L’autore degli insegnamenti della Dottrina sociale della Chiesa è il Magistero petrino. Le encicliche sociali portano la firma dei Papi. Leone XIII dice di aver scritto la Rerum novarum “per la coscienza dell’apostolico nostro ministero”.  Da qui deriva l’autorevolezza di questi documenti, anche se, è bene ricordarlo, si tratta di una autorevolezza non assoluta ma al loro proprio livello e nei documenti non tutto quanto viene affermato richiede la medesima adesione da parte dei fedeli.  Se il ruolo del Magistero è sostanziale, non è però con ciò esclusivo. Una enciclica come la Rerum novarum porta con sé i molti principi della dottrina politica cattolica prodotti da pensatori cristiani, compresi vari Dottori della Chiesa, e acquisiti dal Magistero. In una enciclica confluiscono approfondimenti tematici svolti da pensatori cattolici in quel frangente storico, assunti poi e confermati dai Pontefici. L’autore di una enciclica è il Papa che la firma, ma alla elaborazione del testo hanno collaborato consulenti accreditati e uomini di pensiero si valida dottrina che in quel periodo storico hanno fatto compiere alla filosofia e alla teologia cattolica passi in avanti e chiarito concetti importanti. Tanto è vero che un ambito di ricerca storica molto interessante è sempre stato di individuare gli autori materiali o i collaboratori dei Papi nella redazione delle encicliche sociali.

Questo esercizio di ricerca storiografica è stato praticato già con la prima enciclica sociale della modernità, la Rerum novarum. Ed è in questo contesto che emerge l’importante figura del padre Matteo Liberatore (1810-1892), filosofo, teologo e giurista di prima grandezza, il quale ha caratterizzato con il suo pensiero l’epoca delle grandi encicliche leonine e in particolare della Rerum novarum, oltre ad aver contribuito alla progettazione e realizzazione di quest’ultima. Egli merita di essere ricordato per la qualità dei suoi scritti, ma soprattutto per aver delineato in anticipo i pericoli che sarebbero nati da una assunzione acritica dei principi della modernità filosofica, dal cedimento ad alcune linee della teologia protestante e dai fraintendimenti circa la vera dimensione della secolarizzazione.

Matteo Liberatore, gesuita, è stato tra i fondatori nel 1850 della rivista La Civiltà Cattolica, insieme ai padri Carlo Maria Curci, Luigi Taparelli d’Azeglio e Antonio Bresciani. Diede un grande contributo diretto alla redazione della Rerum novarum, insieme al cardinale domenicano Tommaso Zigliara. È accertato che proprio il Liberatore scrisse il primo schema dell’enciclica dal titolo “La questione operaia”, intervenendo poi anche nei passaggi agli schemi successivi. Per La Civiltà Cattolica scrisse più di 300 articoli.

Il contesto storico ed ecclesiale in cui il Nostro visse ed operò era quello di Pio IX e di Leone XIII, caratterizzato dall’offensiva anticristiana degli Stati liberali, dalle ideologie rivoluzionarie moderne diffusesi ormai anche tra le masse popolari a seguito della rivoluzione industriale, dalla estromissione della religione dalla scena pubblica, dal materialismo assunto come ideologia di Stato … e dalla reazione antimoderna della Chiesa cattolica in risposta ai principi dell’89 e alle loro conseguenze. Liberatore produsse una notevole mole di pensiero a sostegno di questo antimodernismo illuminato dalla ripresa del realismo di San Tommaso, poi rilanciato da Leone XIII con la Aeterni Patris (1879). Egli chiarì molti aspetti del corretto rapporto tra lo Stato e la Chiesa, illustrò il “principio di immanenza” del pensiero moderno e mise a fuoco come il nuovo concetto di libertà come autodeterminazione – come si direbbe oggi – alla fine distrugge la libertà stessa. Le sue osservazioni di allora, come si vede, toccano temi vivi ancora oggi. Possiamo ora cercare di illustrare più diffusamente questi punti del suo pensiero.

Il modernismo liberale separa radicalmente lo Stato dalla Chiesa, la politica dalla religione, impostandosi su un piano di laicità che diventa inevitabilmente laicismo esasperato. Separare lo Stato dalla Chiesa comporta necessariamente di assumere nel primo l’intera vita politica, escludendovi la seconda. Una soluzione inaccettabile per la Chiesa, dato che nella vita politica ci sono elementi morali e religiosi dei quali essa non può disinteressarsi e per la cui soluzione vanta un primato.

Nel suo libro “La Chiesa e lo Stato” del 1872, Liberatore insegna che il cristianesimo mantiene gli elementi naturali presenti nelle epoche precedenti e sostiene che l’origine e il fine dell’autorità politica risiede nel diritto naturale. Rispetto alle epoche precedenti, con il cristianesimo è avvenuto però anche un notevole cambiamento. Prima tutta la vita pubblica era sotto il potere politico, compresa la religione, mentre con il cristianesimo sorge un’altra autorità, quella religiosa e spirituale, che non accetta la sottomissione alla politica. Certamente il governante cattolico non deve occuparsi di questioni soprannaturali, non avendo egli competenza in materia, tuttavia con l’avvento del cristianesimo si pone il problema della relazione con l’altra autorità religiosa e spirituale sicché, pur restando di tipo naturale il suo oggetto immediato, egli ha il dovere di assumere anche il dato rivelato e di armonizzarsi con esso. La frase chiarificatrice espressa da Liberatore nel libro sopra citato è la seguente: “il dovere dello Stato di proteggere la Chiesa non nasce per mutazione intrinseca di natura, ma per mutazione estrinseca di relazione”. Lo Stato persegue il bene naturale, e lo fa anche dopo l’avvento del cristianesimo, ma questo lavoro naturale servirà come preparazione al fine soprannaturale, del quale si occuperà non lo Stato ma la Chiesa. Direttamente esso cerca il bene naturale, e indirettamente quello soprannaturale: “La società civile tra i popoli cristiani è una società la quale cerca bensì il benessere temporale, a cui sopraintende lo Stato, ma lo cerca in guisa che non impedisca, anzi agevoli il benessere spirituale”.

Liberatore evita ogni dualismo tra i due fini, naturale e soprannaturale, sostenendo che l’uomo ha un unico fine: “uno essendo l’uomo, pur dotato di diverse tendenze; uno deve essere il fine che in lui si riguardi come supremo”. Con ancora maggiore precisione egli scrive che Dio “ha stabilito un ordine solo, composto di due”.

La laicità in senso moderno non ha alcun posto nel suo pensiero politico e giuridico, e così “Lo Stato, dunque, staccatosi dalla religione, e però da Dio, tende di sua natura ad imprimere la propria apostasia”. Come si è già visto sopra, la laicità diventa naturalmente laicismo. Il motivo illustrato da Liberatore è che lo Stato moderno, espressione non di un ordine ma di una convenzione, nasce completamente secolarizzato in quanto non accetta nessun ordine superiore da cui dipendere. Lo Stato liberale – egli osserva – “sarà interamente padrone di sé medesimo e detterà a sé stesso e ai suoi dipendenti le norme di ciò che gli piacerà appellare bene, giusto o ingiusto”. Per questo motivo lo Stato liberale è anche ateo.

È interessante osservare – dati i collegamenti con l’oggi – che per il padre Liberatore non è possibile una “laicità moderata”. L’indifferentismo etico e religioso dello Stato liberale, derivante dalla sua estraneità rispetto alla verità, lo obbliga a tutelare l’errore e il male.

Un altro grande tema della riflessione di Liberatore è la critica al naturalismo politico che Leone XIII ripetutamente condannò nelle sue encicliche, intendendolo come il trasferimento alla natura umana del dominio strappato a Dio: “si deve cercare nella natura il principio e la norma di ogni verità”. Il naturalismo, sostiene Liberatore in tre famosi articoli de La Civiltà Cattolica, comporta per l’uomo una “indipendenza in senso assoluto” e una libertà “concepita come fine a sé stessa”. Secondo lui in questo modo si corrode la stessa società (“La società, sotto il dominio del Modernismo, è una società irrazionale e contro natura. Essa tiranneggia, più che i corpi, l’anima dei cittadini”) e la libertà come autodeterminazione conduce all’estinzione della stessa libertà. La libertà senza verità diventa pura scelta immotivata, pura efficacia della forza e pura effettualità, diventando così dipendente dal diritto della forza invece che dalla forza del diritto.

Il pensiero di Matteo Liberatore contrasta la politica del modernismo liberale, si colloca pienamente nelle categorie di pensiero esposte nelle encicliche sociali di Leone XIII, alle quali ha fornito il proprio contributo di pensiero e, contemporaneamente, è molto critico verso il “cattolicesimo liberale” del quale mette in evidenza un atteggiamento che è facile riscontrare anche ai nostri giorni. Nel libro ”La Chiesa e lo Stato”, egli stigmatizza“ il solito vezzo dei cattolici liberali, di ammettere il vero per metà, e difendere la Chiesa per guisa che lascino ai nemici di lei l’uscio in parte aperto per aggredirla”. Il cattolicesimo liberale considera i principi come astratti, così nel mentre li mantiene, anche li relativizza all’epoca storica. Si tratta, in fondo, della ripetizione dello schema della distinzione tra “tesi” e “ipotesi”, enunciata per la prima volta da Mons. Dupanloup, vescovo di Orleans e fatta propria da Lamennais e dai modernisti in genere. 

Stefano Fontana

[originariamente pubblicato in “La Bussola Mensile”, gennaio 2026]

(Di Kaiser163310 – Opera propria, wikicommons)

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