Quando qualche anno fa mi imbattei nelle parole di Marshall McLuhan scritte a Jacques Maritain nel 1969, rimasi folgorato: “I mondi dell’informazione elettronica, che sono completamente eterei, nutrono l’illusione del mondo come sostanza spirituale. Ciò è un’imitazione ragionevole del Corpo mistico, un’assordante manifestazione dell’Anticristo. Dopo tutto, il principe di questo mondo è un grande ingegnere elettronico”.

McLuhan aveva capito tutto senza nemmeno conoscere Internet. Aveva compreso che il vero potere non sta nel contenuto che scorre sugli schermi, ma nel mezzo stesso. Il mezzo è il messaggio, ripeteva. E aveva ragione: non importa se usi Internet per informarti o per guardare pornografia, perché lo schermo ti sta già trasformando in qualcos’altro. Ti sta disincarnando.

Ma solo leggendo Marcel De Corte e il suo capolavoro “L’intelligenza in pericolo di morte”, scritto proprio nel 1969, ho compreso fino in fondo cosa stesse accadendo. De Corte spiegava che i media sono gli stampini che danno forma all’informazione liquida e che in-formano, cioè danno forma, alla società stessa. L’informazione moderna non serve più a far conoscere la realtà, ma a creare un’opinione che sostituisce l’essere. Non è più l’essere del vero, del bello e del bene a generare l’opinione, ma è l’opinione che fa l’essere. Quando sei bombardato da centinaia di notizie al giorno, la realtà diventa fuggevole come un banco di pesci che sfugge al predatore: tutto scorre, tutto è in divenire, e l’approfondimento diventa impossibile.

La lettura dell’ottimo libro di Paolo Benanti “Il crollo della Torre” ed. San Paolo mi ha offerto spunti molto interessanti, che mi accingo ad esporvi. Benanti ha compiuto un lavoro straordinario nel documentare non solo le radici filosofiche di questa trasformazione, ma soprattutto i casi concreti, gli eventi storici precisi in cui il sogno cibernetico si è incarnato nella nostra realtà. Non stiamo parlando di teorie astratte: stiamo parlando di elezioni manipolate, di democrazie sovvertite, di miliardi di persone trasformate in mezzadri digitali che lavorano gratis per i feudatari della Silicon Valley.

Il sogno cibernetico di Bogdanov

Ma c’è un antenato dimenticato di tutto questo, un uomo che nel 1908 aveva già immaginato con precisione inquietante il mondo in cui viviamo: Aleksandr Bogdanov, medico, filosofo e rivoluzionario russo, rivale di Lenin. Nel suo romanzo di fantascienza “Stella rossa”, Bogdanov racconta di un protagonista terrestre, Leonid, che viene portato su Marte dove i socialisti hanno già realizzato la loro utopia.

Su Marte non c’è denaro, non c’è Stato coercitivo, non ci sono differenze marcate tra maschi e femmine. I marziani vestono con abiti unisex e i loro ruoli sono completamente intercambiabili. Leonid fatica persino a distinguere il sesso delle persone che incontra. Ma il cuore del sistema marziano è l’Istituto di Statistica: un enorme centro che raccoglie dati in tempo reale su produzione e consumo. Quando in un settore mancano lavoratori, il sistema lancia un segnale e i lavoratori di altri settori si spostano volontariamente. È una società che si auto-regola attraverso flussi di informazione, non attraverso la coercizione.

Quello che Bogdanov stava descrivendo, senza saperlo, era un sistema cibernetico perfetto. La cibernetica – termine che deriva dal greco “kybernētēs”, timoniere – è la scienza del controllo e della comunicazione nei sistemi complessi, fondata formalmente nel 1948 da Norbert Wiener. Il suo principio fondamentale è il feedback: l’output di un sistema rientra come nuovo input, creando un ciclo continuo di auto-regolazione. Pensate al termostato di casa: se fa freddo accende la caldaia, se fa caldo la spegne. È un sistema che mantiene l’equilibrio attraverso la retroazione negativa.

Bogdanov aveva anticipato tutto questo di quarant’anni con la sua “Tectologia”, la scienza universale dell’organizzazione. Per lui, le stesse leggi organizzative governavano atomi, cellule, esseri umani e società. Su Marte, i cittadini praticavano persino lo “scambio di sangue” – trasfusioni regolari tra giovani e anziani – per creare una fratellanza non solo spirituale ma letteralmente fisiologica. Il socialismo si faceva carne.

Lenin odiava profondamente questo libro. Per Lenin il potere politico andava preso subito, dall’alto, attraverso il Partito. Bogdanov sosteneva invece che senza cambiare la cultura e la struttura mentale dell’uomo, il socialismo sarebbe fallito. E infatti, nel romanzo, il protagonista terrestre Leonid non riesce ad adattarsi alla perfezione marziana: impazzisce e uccide uno dei loro scienziati. Rappresenta l’incapacità dell’uomo vecchio di reggere la complessità dell’organizzazione superiore.

Dal Combinemus all’Administramus

C’è una linea rossa che attraversa la storia del pensiero occidentale, e porta dritta a Bogdanov. Tutto inizia con un italiano del Trecento, un terziario francescano di nome Raimondo Lullo. Lullo inventò l’Ars Magna, una macchina logica fatta di ruote concentriche di carta sulle quali erano scritti gli attributi di Dio. Facendo ruotare i dischi si ottenevano permutazioni e combinazioni di concetti. L’idea era che girando le ruote si potessero generare tutte le verità possibili, escludendo automaticamente le combinazioni illogiche. Era il primo tentativo di risolvere le dispute teologiche non con la spada, ma con il calcolo delle permutazioni. Il suo motto avrebbe potuto essere: “Combinemus” – combiniamo.

Secoli dopo, Gottfried Wilhelm Leibniz riprese quell’intuizione con la sua Characteristica Universalis, un linguaggio formale perfetto in cui ogni concetto complesso fosse scomponibile in elementi semplici. Il suo sogno era che due filosofi in disputa non dovessero più litigare, ma sedersi e dire: “Calculemus!” – calcoliamo. La verità sarebbe emersa come risultato di un’equazione logica. Leibniz inventò il sistema binario, la lingua interna dei computer.

Bogdanov è l’erede diretto di questa tradizione, ma con una differenza cruciale. Il suo motto non è né “Combinemus” né “Calculemus”, ma “Administramus” – amministriamo. Non si tratta più di scoprire la verità teologica o di risolvere dispute filosofiche. Si tratta di far funzionare la macchina sociale. Il mondo non è più un’equazione da risolvere, è una fabbrica da gestire. La politica deve morire e lasciare il posto all’amministrazione delle cose.

Benanti ricostruisce magistralmente questa genealogia e ci mostra come Bogdanov, attraverso le letture che ne faranno Norbert Wiener e Ludwig von Bertalanffy, abbia posto le basi di ciò che noi conosciamo come intelligenza artificiale. Ma in questa evoluzione si è persa la storia delle idee che soggiace alla trasformazione: da un sistema di controllo, specie nelle forme più avanzate di intelligenza artificiale, si vorrebbe estrarre – senza compiere i dovuti passaggi e senza le dovute attenzioni – un sistema veritativo. È l’errore fondamentale: scambiare l’Administramus per il Combinemus, il controllo per la verità.

La realtà definita dal software: il mezzadro digitale

Ma prima di arrivare all’eterogenesi dei fini, dobbiamo capire un passaggio tecnico fondamentale che Benanti analizza con lucidità: viviamo in una “software defined reality”, una realtà sempre più definita dal software, non dalla materia. Questo non è un dettaglio tecnico, è una rivoluzione metafisica.

Pensate agli “accessori” di Tesla e Audi: sono già presenti fisicamente nell’auto che avete comprato e pagato profumatamente, ma vengono attivati solo se sbloccate il software pagando un abbonamento aggiuntivo. La materialità è diventata quasi una commodity dell’eseguibilità. La macchina c’è, funziona, ma non è veramente vostra finché non pagate per il software che la fa funzionare davvero.

E qui arriviamo al cuore del problema: cosa vuol dire oggi possedere un oggetto definito dal software? Ne siamo veramente padroni o siamo solo affittuari di funzioni che dobbiamo ogni volta pagare?

Nel diritto romano, la proprietà era definita dal godimento assoluto di un oggetto. A questo erano associati tre elementi fondamentali: l’usus, il diritto di fare impiego dell’oggetto secondo la sua natura; il fructus, il diritto di ricevere i frutti, cioè lo sfruttamento economico; l’abusus, il diritto di modificare, vendere o distruggere l’oggetto.

Oggi, con gli smartphone e le piattaforme digitali, abbiamo l’usus – possiamo usare il telefono – e forse l’abusus – possiamo romperlo se vogliamo. Ma il fructus? Quello ci è completamente sottratto. I dati che produciamo, l’attenzione che cediamo, i comportamenti che registriamo sono tutti fructus perché vengono monetizzati senza alterare in nessuna maniera la natura del bene digitale. Ma noi non vediamo un centesimo di questo sfruttamento economico.

Benanti introduce qui un concetto devastante: siamo diventati, nel migliore dei casi, “mezzadri digitali”. Nel peggiore dei casi – e questo è quello che mi ha gelato il sangue – siamo nella stessa posizione che il diritto romano riconosceva allo schiavo. Lo schiavo era privato del fructus perché, considerato proprietà del dominus, non aveva diritti sui frutti del lavoro o su qualsiasi bene che potesse produrre.

Leggete bene: non sto esagerando. Le piattaforme digitali sfruttano questa frattura introdotta tra usus e fructus dalla scissione della realtà digitale nel binomio hardware/software. Noi possediamo lo smartphone – l’abbiamo pagato caro – ma il software che lo fa funzionare è in licenza. E attraverso quel software in licenza, le app, i sensori, i dati che raccolgono diventano una fonte inesauribile di “surplus comportamentale”, come lo chiama Shoshana Zuboff. Paghiamo persino per comprare la zappa – lo smartphone costa caro – ma lavoriamo gratuitamente per il padrone del campo, che monetizza ogni nostro respiro digitale.

L’eterogenesi dei fini: quando il capitalismo realizza Bogdanov

Ed eccoci al paradosso più sconvolgente della storia contemporanea: il sogno collettivista di Bogdanov si è incarnato nell’incubo iper-capitalista della Silicon Valley. L’Istituto di Statistica marziano è diventato l’algoritmo di Google, Facebook, Amazon. Ogni tuo clic, ogni secondo di visualizzazione, ogni like è un segnale di feedback che rientra nel sistema. L’algoritmo amministra la tua realtà esattamente come faceva l’Istituto di Statistica su Marte.

Ma c’è una differenza cruciale: l’obiettivo della funzione. Per Bogdanov l’obiettivo era l’equilibrio, il soddisfacimento dei bisogni. Per il capitalismo della sorveglianza l’obiettivo è l’engagement, la massimizzazione del profitto pubblicitario. Il sistema è efficientissimo – come voleva Bogdanov – ma è ottimizzato per creare dipendenza, non benessere.

E qui sta l’eterogenesi dei fini più clamorosa: il capitalismo, che ideologicamente esalta l’individuo, ha creato una struttura tecnologica che distrugge l’individualità. Siamo nodi di una rete, non individui sovrani. Il nostro comportamento è prevedibile, modellabile e vendibile in blocco. Siamo diventati i marziani di Bogdanov, ma senza goderne i benefici. Abbiamo realizzato il collettivismo fisiologico – la “trasfusione digitale” dove le emozioni virali si diffondono da una mente all’altra – ma al servizio del profitto privato.

Benanti ci mostra come Jeff Bezos con Amazon abbia realizzato l’organizzazione bolscevica perfetta: un sistema di raccolta dati in tempo reale che ottimizza produzione, distribuzione e consumo con un’efficienza che avrebbe fatto piangere di gioia i pianificatori sovietici. Ma non è al servizio del proletariato: è al servizio degli azionisti. È il sogno di Bogdanov realizzato da chi Bogdanov avrebbe considerato il nemico di classe. L’eterogenesi dei fini è completa.

Il battesimo del fuoco: quando la politica scopre il potere dei dati

Ma quando esattamente questo sogno cibernetico è diventato realtà operativa? Benanti ricostruisce con precisione chirurgica il momento esatto: le campagne presidenziali di Barack Obama del 2008 e del 2012, orchestrate con il supporto diretto di Eric Schmidt, all’epoca CEO di Google.

Nel 2008, Schmidt inizia a sostenere Obama ufficialmente solo due settimane prima delle elezioni, ma rapidamente ottiene un accesso privilegiato alla Casa Bianca dopo la vittoria. Partecipa a numerosi incontri con il presidente e i suoi consiglieri, influenzando decisioni politiche cruciali per Google: le indagini antitrust della Federal Trade Commission vengono misteriosamente archiviate, le leggi sulla pirateria e il copyright vengono modellate secondo gli interessi di Mountain View.

Ma è nella campagna del 2012 che il sistema raggiunge la sua piena maturità. Schmidt non è più solo un sostenitore: è dentro la macchina. Aiuta a reclutare talenti, a scegliere tecnologie, fornisce consulenza diretta al manager della campagna. E la notte delle elezioni, Schmidt è presente nella “boiler room” di Chicago – il centro operativo cruciale dove un esercito di ingegneri, statistici e analisti lavora freneticamente sui dati in tempo reale.

Quella boiler room è l’Istituto di Statistica di Bogdanov incarnato nella realtà americana del 2012. Un sistema di database unificato integra informazioni da sondaggi, raccolte fondi, contatti sul campo, dati dei social media. L’approccio permette di personalizzare messaggi e strategie di mobilitazione degli elettori con precisione millimetrica. Non è più politica: è amministrazione cibernetica del consenso. È l’Administramus applicato alla democrazia.

E funziona. Obama vince. Dopo la campagna, Schmidt investe milioni di dollari per mantenere unito il gruppo di analisi dei dati, creando la società Civis Analytics. L’expertise di Big Data usata nella campagna elettorale viene portata alle aziende e alle organizzazioni non profit. Il cerchio si chiude: la tecnica sviluppata per conquistare il potere politico diventa un prodotto commerciale.

Ma la lezione è biunivoca. Schmidt ha dimostrato alla classe politica che i dati sono potere. E ha dimostrato alla Silicon Valley che il potere politico è accessibile, comprabile, manipolabile attraverso l’analisi algoritmica del comportamento degli elettori. Ha aperto un vaso di Pandora che non si chiuderà più.

Cambridge Analytica: quando la macchina sfugge di mano

E infatti, ciò che nel 2012 sembrava un’innovazione positiva – usare i dati per coinvolgere meglio gli elettori – nel 2016 si rivela per quello che veramente è: un’arma di manipolazione di massa.

Nel marzo 2018, il Guardian e il New York Times pubblicano le rivelazioni di Christopher Wylie, ex-dipendente della società britannica Cambridge Analytica. La storia che emerge è agghiacciante: attraverso un’app di quiz sulla personalità chiamata “thisisyourdigitallife”, sviluppata dal ricercatore Aleksandr Kogan, Cambridge Analytica ha raccolto i dati personali di 87 milioni di utenti Facebook – non solo di chi usava l’app, ma anche di tutti i loro amici su Facebook, che non avevano dato alcun consenso.

Con questi dati hanno creato profili psicografici dettagliati degli elettori americani, mappando non solo le loro opinioni politiche ma le loro paure più profonde, i loro desideri inconsci, le loro vulnerabilità psicologiche. E hanno usato queste mappe per bombardare ciascuno con messaggi personalizzati, micro-targetizzati per premere esattamente sui bottoni emotivi giusti. Non persuasione: manipolazione pura.

E hanno contribuito – questo è documentato – all’elezione di Donald Trump nel 2016 e alla vittoria del Brexit nel Regno Unito. Due eventi che hanno cambiato la storia del mondo occidentale, influenzati da un’azienda privata che usava dati rubati per manipolare le emozioni di milioni di persone.

Benanti ricostruisce come questo sia stato reso possibile dalle stesse politiche di Facebook che abbiamo analizzato prima: dopo la perdita di valore delle azioni in borsa, Zuckerberg ha aperto le API della piattaforma per massimizzare il profitto. Ha dato accesso ai dati degli utenti a chiunque sviluppasse app per la piattaforma. Cambridge Analytica ha semplicemente sfruttato questa voragine. Ma la voragine era stata aperta intenzionalmente, per motivi di profitto.

Mark Zuckerberg viene chiamato a testimoniare davanti al Congresso degli Stati Uniti e al Parlamento britannico. Le sue risposte sono patetiche: non sapeva, non poteva immaginare, l’azienda ha violato i termini di servizio. Ma emerge una verità più scomoda: Facebook non controllava più cosa succedeva sulla sua piattaforma. Aveva creato un sistema così complesso, con così tanti attori terzi che accedevano ai dati, che la manipolazione era diventata inevitabile.

Facebook paga cinque miliardi di dollari di multa alla Federal Trade Commission. Ma non è una vittoria: è la conferma che il danno è già fatto, irreversibile, e che la multa è solo il prezzo da pagare per continuare il business as usual. Come dice Benanti, citando il caso, molti utenti hanno percepito la raccolta dei dati come una violazione della loro privacy, ma allo stesso tempo hanno accettato la sorveglianza economica come un aspetto inevitabile del mondo digitale moderno. La percezione della privacy come merce di scambio per servizi digitali gratuiti è diventata la principale giustificazione per rimanere sulle piattaforme nonostante tutto.

Siamo diventati complici della nostra stessa schiavitù. Proprio come aveva predetto Byung-Chul Han nella sua analisi della psicopolitica: il soggetto neoliberale si crede libero mentre è intrappolato in una rete di obblighi autoimposti, costantemente guidato e plasmato dagli stimoli digitali delle notifiche dello smartphone.

L’esportazione del modello: Brasile e Filippine

Ma se pensate che Cambridge Analytica sia un caso isolato, un incidente di percorso, dovete leggere cosa Benanti documenta sull’esportazione del modello nelle democrazie più fragili del Sud globale. Perché è lì che il sistema ha mostrato la sua vera natura predatoria.

In Brasile, Facebook ha lanciato nel 2015 l’iniziativa Internet.org in collaborazione con il governo. L’obiettivo dichiarato: fornire accesso gratuito a Internet ai cittadini a basso reddito. Bellissimo, no? Connettere chi non può permettersi la connessione. Il progetto inizia offrendo Wi-Fi gratuito nella favela di Heliópolis, la più grande di San Paolo.

Ma c’è un dettaglio: l’accesso gratuito è solo a una selezione limitata di siti web, inclusi – guarda caso – Facebook e WhatsApp. Gli altri siti consumano dati a pagamento. Questa si chiama “zero rating”: alcune piattaforme sono gratuite, altre no. Il risultato pratico? I brasiliani poveri possono accedere gratis a Facebook e WhatsApp, ma per leggere siti di fact-checking o giornali indipendenti devono pagare.

Nel 2018, Jair Bolsonaro sfrutta abilmente questo ecosistema distorto. Attraverso Facebook e WhatsApp diffonde messaggi propagandistici e fake news a milioni di elettori che non hanno accesso economico a fonti alternative di informazione. Le false notizie su presunte frodi elettorali seminano dubbi sul funzionamento stesso della democrazia. Bolsonaro comunica direttamente con i suoi elettori evitando completamente i media tradizionali, consolida il suo potere e polarizza ulteriormente la società brasiliana.

La stessa identica dinamica si verifica nelle Filippine. Facebook implementa il programma Free Basics in collaborazione con operatori locali. L’accesso gratuito facilita la diffusione di propaganda e disinformazione. Rodrigo Duterte usa i social media per promuovere la sua “guerra alla droga” e per attaccare gli oppositori, utilizzando bot e troll per amplificare la sua presenza online.

E nel 2022, quando Ferdinand Marcos Jr. – il figlio del dittatore – torna al potere, i social media sono stati utilizzati per riscrivere letteralmente la storia, migliorare l’immagine della famiglia Marcos e influenzare soprattutto la Generazione Z, che rappresenta una parte significativa dell’elettorato e che non ha memoria diretta della dittatura del padre.

Capite cosa è successo? Facebook ha esportato il modello del mezzadro digitale nei paesi poveri con una promessa umanitaria – connettere chi non può permetterselo – e ha finito per sovvertire le loro fragili democrazie. Ha creato ecosistemi informativi chiusi dove la verità costa denaro e la propaganda è gratis. E poi si è lavata le mani dicendo: noi siamo solo una piattaforma, non siamo responsabili dei contenuti.

Ma Benanti smonta questa ipocrisia: la scelta di quali siti rendere gratuiti e quali a pagamento è già una scelta editoriale. Rendere Facebook e WhatsApp gratuiti e i siti di fact-checking a pagamento significa promuovere la disinformazione. Non è neutralità: è complicità attiva.

I dark media e la perdita totale di controllo

E qui arriviamo a un livello ancora più inquietante, che Benanti chiama “dark media”. Perché quello che succede pubblicamente su Facebook è solo la punta dell’iceberg. La vera manipolazione avviene nei canali privati: messaggi diretti, WhatsApp, Telegram, altre app di messaggistica che non lasciano traccia pubblica.

Gli algoritmi delle piattaforme possono monitorare – in teoria – cosa viene condiviso pubblicamente. Ma cosa circola nelle chat private? Nessuno lo sa. È il “dark social”, una categoria di condivisione di contenuti completamente opaca agli strumenti di analisi tradizionali. E questo rappresenta una grande parte del traffico e delle interazioni online che influenzano decisioni di acquisto, opinioni politiche, comportamenti di voto.

Peggio ancora: questi contenuti circolano in cerchie caratterizzate da legami diretti, sociologicamente più stretti. Questo aumenta enormemente l’influenza e la fiducia nei contenuti condivisi. Se tuo fratello ti manda un video su WhatsApp che dice che le elezioni sono truccate, tu gli credi più che a un articolo del New York Times, se poi tuo fratello ti gira un articolo del NYT ottiene il massimo effetto propagandistico! È la tribù che vince sulla verità.

E qui torniamo alla metafora dell’apprendista stregone. Anche i padroni delle piattaforme hanno perso il controllo. Gli algoritmi di intelligenza artificiale che governano i social network sono diventati talmente complessi che nemmeno i loro creatori comprendono appieno come prendano certe decisioni. Il machine learning funziona attraverso miliardi di parametri che si auto-modificano in base ai feedback: il sistema impara da solo, si adatta, evolve.

Quando Frances Haugen – l’informatica che ha denunciato Facebook nel 2021 – ha mostrato i documenti interni dell’azienda, è emerso che gli stessi dirigenti erano terrorizzati dagli effetti che i loro algoritmi stavano producendo: polarizzazione estrema, odio virale, depressione adolescenziale, persino istigazione a genocidi in alcuni paesi come il Myanmar. Ma non riuscivano a fermare la macchina.

Perché modificare l’algoritmo per renderlo meno tossico significava ridurre l’engagement e quindi i profitti. Il sistema cibernetico aveva imposto la sua logica: l’obiettivo della funzione – il profitto – era diventato il padrone, non il servo. Proprio come i marziani di Bogdanov che discutevano freddamente se sterminare i terrestri basandosi su puri calcoli energetici e sistemici, l’algoritmo decide in millisecondi, milioni di volte al giorno, quali contenuti vedere, quali emozioni provare, quali nemici odiare. E nessuno – nemmeno Zuckerberg – può davvero fermarlo senza smantellare l’intero sistema.

La psicopolitica degli influencer: il like come Amen

Ma c’è un aspetto ancora più sottile e diabolico di questo controllo, che Benanti analizza attraverso il pensiero di Byung-Chul Han: la trasformazione della politica in psicopolitica. Non è più il controllo dei corpi – la biopolitica di Foucault – ma il controllo della psiche, dei desideri, delle emozioni più profonde.

E qui entrano in gioco gli influencer, che Han analizza con lucidità tagliente. Lasciate che vi riporti per esteso le sue parole, perché sono devastanti:

Anche gli influencer su YouTube e Instagram hanno interiorizzato le tecniche neoliberali del potere. Che trattino di viaggi, bellezza o fitness, gli influencer invocano costantemente libertà, creatività e autenticità. Le pubblicità, nelle quali inseriscono abilmente i prodotti mettendo in scena se stessi, non sono percepite come fastidio. Così esse vengono cercate e richieste espressamente, mentre le inserzioni pubblicitarie convenzionali vengono rimosse dagli adblocker. Gli influencer sono adottati come modelli esemplari: così il tutto riceve una dimensione religiosa. Gli influencer, nella veste di guide motivazionali, si atteggiano a salvatori. I follower partecipano alla loro vita come discepoli, comprando i prodotti che gli influencer ingiungono di consumare nella messa in scena della loro quotidianità. Così i follower prendono parte a una eucaristia digitale. I social media somigliano a una chiesa: il like è il loro Amen. Lo sharing è la comunione. Il consumo è la salvezza.”

Leggete bene queste parole. Han sta dicendo che i social media hanno creato una parodia liturgica del cristianesimo. Il like non è un gesto neutro: è un atto di fede, un’adesione, un “così sia” che ripeti migliaia di volte al giorno. Lo sharing non è condivisione di informazioni: è partecipazione a un rito collettivo, una comunione dove invece del Corpo di Cristo consumi l’immagine patinata dell’influencer. E il consumo – comprare i prodotti che ti vengono proposti – diventa la salvezza, la promessa di realizzazione personale, di felicità, di senso.

Ma è una salvezza falsa, una parodia satanica, perché come continua Han: “Ci consumiamo fino alla morte, ci realizziamo fino alla morte. Consumo e identità arrivano a coincidere: l’identità stessa diventa una merce.”

E qui sta il punto: ci crediamo liberi. L’influencer parla sempre di libertà, creatività, autenticità, ma la nostra vita è sottoposta a una protocollazione totale finalizzata al controllo psicopolitico del comportamento. Nel regime dell’informazione neoliberale, il funzionamento del potere è garantito non dalla coscienza della sorveglianza permanente – come nel Grande Fratello di Orwell – bensì dalla libertà percepita.

Il touchscreen intelligente, a differenza dello schermo televisivo intoccabile, rende ogni cosa disponibile e consumabile. Produce una “libertà in punta di dita”, ma essere liberi, in questo regime, non significa agire: significa cliccare, mettere like, postare. Non s’incontra mai resistenza, non c’è da temere alcuna rivoluzione. Le dita non sono capaci di azione in senso enfatico, sono puramente un organo della scelta consumistica. E consumo e rivoluzione si escludono reciprocamente.

Benanti riporta anche il fenomeno dei falsi like, che ha implicazioni enormi. Gli influencer comprano follower e like per aumentare artificialmente la loro popolarità, ma non è solo frode commerciale: è manipolazione dell’opinione pubblica, perché gli algoritmi delle piattaforme sono progettati per favorire i contenuti che ricevono molti like, per aumentare l’engagement. Se generi artificialmente migliaia di like per un contenuto politico, quell’algoritmo lo promuove, facendolo apparire più popolare e influente di quanto sia realmente.

È un sistema manipolativo a più livelli: l’algoritmo manipola noi, noi manipoliamo l’algoritmo con like falsi, e il risultato è un’opinione pubblica completamente artefatta, dove non si capisce più cosa sia genuino e cosa sia costruito. La realtà stessa diventa indistinguibile dalla sua simulazione.

Il datatismo come totalitarismo senza ideologia

E arriviamo così al cuore della questione: il datatismo. Han lo definisce un totalitarismo senza ideologia: il totalitarismo classico – nazismo, stalinismo – aveva un’ideologia che avanzava una pretesa di spiegazione totale. L’ideologia come racconto prometteva di far luce su tutti gli avvenimenti storici, di ottenere una spiegazione totale del passato, una completa valutazione del presente, un’attendibile previsione del futuro. Eliminava ogni esperienza della contingenza, ogni incertezza.

Il regime dell’informazione manifesta gli stessi tratti totalitari: aspira a un sapere totale, ma questo sapere non è raggiunto attraverso una narrazione ideologica, bensì per mezzo dell’operazione algoritmica. Il datatismo vuole calcolare tutto ciò che è e che sarà; le narrazioni cedono il passo ai calcoli algoritmici; il regime dell’informazione sostituisce completamente l’elemento narrativo con quello numerico.

Ma c’è una differenza cruciale: il totalitarismo classico costruiva una realtà più autentica dietro ciò che è dato, rendendo necessario un “sesto senso” ideologico per vedere la verità nascosta. Il datatismo invece fa a meno del sesto senso. Non trascende l’immanenza di ciò che è dato, cioè i dati. La parola latina “datum” – che deriva da “dare” – significa letteralmente “ciò che è dato”. Il datatismo non s’immagina alcuna realtà dietro ai dati: è un totalitarismo senza trascendenza, puramente immanente.

È, in fondo, il perfetto sbocco del Modernismo, condannato da San Pio X e proprio come il Modernismo svuota il Cristianesimo mantenendone le forme esteriori – i riti diventano “espressioni del sentimento religioso”, i dogmi “simboli evolutivi” – così il datatismo svuota la politica mantenendone le forme. Hai ancora le elezioni, il parlamento, i partiti. Ma sono gusci vuoti. Il vero potere è nell’algoritmo che decide cosa vedi, cosa pensi, per chi voti. È l’Administramus che sostituisce la deliberazione, proprio come il sentimento religioso sostituiva la Fede nel Modernismo.

San Pio X nella Pascendi aveva identificato i tre caratteri fondamentali del veleno modernista: l’agnosticismo filosofico, l’immanenza vitale e l’evoluzionismo dogmatico. Guardiamoli uno per uno, perché si incarnano perfettamente nel sistema digitale.

L’agnosticismo filosofico del Modernismo affermava che la ragione umana è chiusa entro i fenomeni, cioè entro ciò che appare e come appare, senza poter attingere a Dio né affermare la Sua esistenza. La scienza deve occuparsi solo dei fatti osservabili, rinunciando a ogni metafisica. Il datatismo dice esattamente la stessa cosa: occupati solo dei dati, di ciò che è misurabile, quantificabile, calcolabile. Tutto il resto – il bene, il vero, il bello, la giustizia, la verità – sono “costrutti soggettivi” non verificabili. L’algoritmo non giudica: registra, calcola, predice. È l’agnosticismo applicato alla società.

L’immanenza vitale del Modernismo sosteneva che la religione nasce da un bisogno interiore dell’uomo, da un’esperienza soggettiva, non da una Rivelazione oggettiva che viene dall’Alto. Dio non si manifesta: l’uomo Lo “costruisce” attraverso la propria esperienza religiosa. Il datatismo dice la stessa cosa: la verità non esiste oggettivamente, ma emerge dai dati, dall’esperienza aggregata degli utenti. Se milioni di persone cliccano su una notizia falsa, l’algoritmo la promuove. Non perché sia vera, ma perché “funziona”, perché genera engagement. La verità diventa una costruzione dal basso, immanente, basata sul sentiment degli utenti. È la democrazia dell’errore elevata a sistema.

E infine l’evoluzionismo dogmatico: per i modernisti i dogmi non sono verità eterne rivelate da Dio, ma “formule” che evolvono nel tempo per adattarsi alle esigenze culturali. Nulla è fisso, tutto è in divenire. Il datatismo opera allo stesso modo: non esistono principi morali o politici stabili. L’algoritmo si adatta, evolve, impara dai feedback. Ciò che ieri era promosso oggi viene censurato, e viceversa, non in base a un criterio di verità ma in base all’utilità del momento. È il relativismo assoluto codificato in linguaggio macchina.

San Pio X aveva visto con chiarezza profetica dove portava questa strada: “Procedendo di questo passo, si viene facilmente a quel che chiamano agnosticismo scientifico o metodico, dal quale altro non differisce che di nome, perché chi professa di ignorare se Dio sia trascendente o immanente, del pari propende all’ateismo; e questo tanto più quando ammette che nulla si può sapere di Dio, né pure per via di fede, essendo impossibile che Dio abbia parlato agli uomini.”

Ecco il punto: il datatismo, come il Modernismo, nega che esista una Parola che viene dall’Alto. Nega che ci sia un Logos – un Verbo, una Ragione divina – che ordina e dà senso alla realtà. C’è solo il flusso continuo di dati, il calcolo probabilistico, l’adattamento evolutivo. È l’anti-Logos per eccellenza. È il regno del Principe di questo mondo, che San Giovanni chiama “padre della menzogna”, perché la menzogna è proprio questo: la negazione che esista una Verità oggettiva, eterna, trascendente.

E come il Modernismo produceva – nelle parole di San Pio X – “l’apostasia dall’insegnamento cattolico” pur mantenendo l’apparenza della fedeltà, così il datatismo produce l’apostasia dalla ragione e dalla libertà pur mantenendo l’apparenza della democrazia e del progresso. Il modernista diceva: “Sono cattolico, ma i dogmi vanno reinterpretati alla luce della coscienza moderna.” Il datatista dice: “Siamo democratici, ma le decisioni vanno prese in base ai dati, all’evidenza scientifica, al consenso algoritmico.” In entrambi i casi, la sostanza viene svuotata mantenendo la forma.

C’è un altro parallelo devastante. San Pio X aveva notato come i modernisti usassero un “linguaggio anfibologico”: parlavano di Dio, di Cristo, di Rivelazione, ma svuotando questi termini del loro significato tradizionale. Dicevano “Dio”, ma intendevano “esperienza del divino”. Dicevano “Cristo”, ma intendevano “coscienza religiosa dell’umanità”. Dicevano “Rivelazione”, ma intendevano “evoluzione del sentimento religioso”.

I costruttori della Torre digitale fanno esattamente la stessa cosa. Parlano di “connessione”, ma intendono dipendenza. Parlano di “comunità”, ma intendono tribù isolate. Parlano di “libertà”, ma intendono libertà di cliccare tra opzioni preselezionate. Parlano di “democrazia”, ma intendono amministrazione algoritmica del consenso. Usano le parole della polis cristiana e le svuotano completamente.

E c’è un ultimo parallelo, il più terribile. San Pio X aveva identificato come i modernisti, pur attaccando la Chiesa dall’interno, si presentassero come “riformatori”, come coloro che volevano “aggiornare” il Cristianesimo rendendolo “rilevante” per l’uomo moderno. Con la stessa identica retorica, i signori della Silicon Valley si presentano come “riformatori” della società, come coloro che vogliono “connettere il mondo” e “rendere l’informazione accessibile a tutti”. Promettono liberazione e portano nuove catene. Promettono verità e seminano confusione. Promettono comunità e producono solitudine.

La diagnosi di San Pio X sul Modernismo si applica perfettamente al datatismo: “Tutto ciò che vi ha di antico lo riducono a polvere, per crearne uno nuovo a loro talento”. I modernisti volevano rifare la Chiesa, i datatisti vogliono rifare la società. Ma in entrambi i casi, ciò che costruiscono è una Torre senza fondamenta, mattoni senza Roccia, un edificio destinato al crollo perché nega la realtà stessa: che esiste un Ordine trascendente, un Logos divino, una Verità che non dipende dal nostro calcolo ma che ci precede, ci fonda e ci giudica.

Per questo il datatismo è il perfetto sbocco del Modernismo: dopo aver negato che Dio possa parlare all’uomo, era inevitabile che l’uomo finisse per non poter più parlare nemmeno a sé stesso. Dopo aver sostituito la Parola con l’esperienza, l’esperienza con il sentimento, il sentimento con il dato, non rimane più nulla. Solo il flusso infinito di informazioni senza significato, connessioni senza comunione, calcoli senza verità. È il deserto dell’immanenza assoluta, dove l’uomo gira in tondo come un topo nel labirinto di Shannon, senza più memoria di dove viene né speranza di dove va.

E in questo deserto, l’algoritmo regna sovrano. Non come un tiranno che si impone con la forza – questo l’uomo moderno saprebbe riconoscerlo e combatterlo – ma come un amministratore silenzioso, invisibile, che ti convince che la gabbia in cui vivi è libertà, che la manipolazione a cui sei sottoposto è personalizzazione, che la tua riduzione a nodo di una rete è connessione. È il potere perfetto perché non appare come potere. È la tirannide perfetta perché chi la subisce crede di essere libero.

San Pio X chiudeva la Pascendi con un appello che risuona oggi con forza profetica: “Vigilate con ogni cura perché lo spirito di curiosità indisciplinata, che suole per lo più essere causa di orgoglio, non venga considerato come zelo per la scienza“. Oggi diremmo: vigilate perché lo spirito di innovazione indisciplinata, che suole per lo più essere causa di profitto, non venga considerato come progresso per l’umanità.

Il Modernismo aveva promesso di salvare la fede adattandola al mondo moderno. L’ha uccisa svuotandola dall’interno. Il datatismo promette di salvare la democrazia adattandola all’era digitale. La sta uccidendo svuotandola dall’interno. In entrambi i casi, il veleno è lo stesso: la negazione della trascendenza, la riduzione dell’uomo a pura immanenza, il rifiuto che esista una Verità che viene dall’Alto e a cui dobbiamo conformarci.

Ma come la Chiesa è sopravvissuta al Modernismo – provata, purgata, ma viva – perché fondata sulla Roccia che è Cristo, così la vera comunità umana sopravviverà al datatismo solo se tornerà a fondarsi su quella stessa Roccia. Non c’è altra via. O Cristo Re, o il regno dell’algoritmo. O la Verità che libera, o il calcolo che schiavizza. O il Logos, o il caos dell’informazione senza significato. Tertium non datur.

Ed è proprio qui che il datatismo si rivela ancora più pericoloso del totalitarismo ideologico classico. Contro un’ideologia – per quanto perversa – puoi opporre un’altra ideologia, una contro-narrazione, un diverso sistema di valori. Puoi dire: “Il comunismo è falso perché nega la proprietà privata che è diritto naturale.” Puoi dire: “Il nazismo è mostruoso perché nega l’uguaglianza essenziale tra gli uomini.” Hai un terreno comune di discussione, per quanto aspro sia il conflitto. Ci sono principi a cui appellarsi, anche se vengono negati.

Ma contro il calcolo algoritmico, cosa opponi? Il dato è il dato. Il numero è il numero. L’algoritmo ha parlato. Non c’è spazio per il dubbio, per l’interpretazione, per la contingenza. Tutto è prevedibile, calcolabile, amministrabile. Se provi a dire “ma questo è ingiusto!”, ti rispondono: “I dati dicono diversamente.” Se dici “ma questo è disumano!”, ti rispondono: “L’algoritmo ottimizza per il benessere aggregato.” Se dici “ma io voglio scegliere diversamente!”, ti rispondono: “Sei libero di scegliere – tra le opzioni che l’algoritmo ti presenta.”

È la tirannide perfetta perché si maschera da neutralità tecnica. Il tiranno ideologico ti dice: “Obbedisci perché io incarno la volontà del Partito, della Razza, della Storia.” Puoi ribellarti. Il tiranno algoritmico ti dice: “Non obbedire a me – io sono solo uno strumento neutro. Obbedisci ai dati, alla scienza, all’evidenza.” Come ti ribelli all’evidenza? Come contesti un calcolo matematico?

È il trionfo del positivismo portato alle sue estreme conseguenze: la riduzione della realtà a ciò che è misurabile, e quindi la riduzione dell’uomo a unità di calcolo. E proprio perché si presenta come “neutrale” e “scientifico”, è infinitamente più insidioso. Almeno l’ideologia aveva il pudore di presentarsi per quello che era: una visione del mondo che pretendeva la tua adesione. L’algoritmo nega persino di avere una visione: pretende solo di “riflettere i dati”. Ma i dati sono sempre già interpretati, le metriche sempre già cariche di valori, gli obiettivi dell’algoritmo sempre già definiti da qualcuno. Solo che questo qualcuno è invisibile, irraggiungibile, non-responsabile.

Benanti nota anche un’altra differenza fondamentale: il totalitarismo classico plasmava una massa ubbidiente che si sottometteva a un capo. L’ideologia animava la massa, le infondeva un’anima collettiva. Il regime dell’informazione invece isola gli esseri umani. Persino quando si riuniscono, non costituiscono una massa, bensì sciami digitali che non seguono un capo, ma i loro influencer.

Nell’epoca delle folle, solo i criminali avevano un profilo. Oggi, nel globo digitale, ognuno è un “qualcuno” con un profilo. E il regime dell’informazione si impadronisce dei singoli proprio creando i loro profili comportamentali. Non hai più bisogno di un Grande Fratello che ti sorveglia: sei tu stesso che fornisci volontariamente tutti i dati necessari per costruire il tuo profilo, per renderti prevedibile, controllabile, manipolabile.

La Cina e il credito sociale: l’Administramus perfetto

E se volete vedere l’Administramus di Bogdanov realizzato nella sua forma più pura e spietata, guardate alla Cina. Il sistema di credito sociale cinese è esattamente ciò che Bogdanov aveva immaginato: un complesso progetto socio-tecnico che valuta e regola il comportamento dei cittadini e delle imprese attraverso la raccolta e l’analisi di dati in tempo reale.

Il sistema si basa su liste nere per comportamenti ritenuti “cattivi” e liste rosse per comportamenti ritenuti “buoni”. L’idea binaria delle liste viene utilizzata per rafforzare l’applicazione della legge e le regolamentazioni industriali, premiando anche comportamenti politici e morali. La condotta del cittadino viene formalizzata in maniera reputazionale e quantificata in un indice numerico.

Se il tuo punteggio scende troppo, non puoi comprare biglietti aerei o ferroviari ad alta velocità. Non puoi iscrivere i tuoi figli a scuole private. Non puoi ottenere prestiti bancari. Sei di fatto escluso dalla vita sociale ed economica. Ma se il tuo punteggio è alto, ottieni corsie preferenziali negli ospedali, sconti sui servizi pubblici, accesso facilitato al credito.

Durante la pandemia di COVID-19, il sistema ha dimostrato una notevole flessibilità, estendendo rapidamente le liste per rafforzare la conformità alle norme sanitarie. Chi violava la quarantena vedeva crollare immediatamente il proprio punteggio. Chi denunciava i violatori veniva premiato.

E qui viene la parte più inquietante: nonostante la percezione negativa nei media occidentali, il sistema riceve alti livelli di supporto tra i cittadini cinesi. Secondo ricerche di studiosi occidentali, questo giudizio sarebbe fortemente influenzato dal framing mediatico e dal tipo di comportamenti monitorati. I cinesi vedono il sistema come un modo per punire i comportamenti antisociali – i furbetti, i truffatori, chi non paga i debiti – e premiarli comportamenti virtuosi.

Ma Benanti nota la forte variabilità nell’accettazione di questi sistemi in base al contesto culturale, e lascia intuire l’estrema difficoltà con cui le istituzioni democratiche forniscono strumenti culturali ai cittadini per fronteggiare derive autoritarie dei sistemi digitali. In Occidente un sistema del genere sarebbe percepito come intollerabile. In Cina è visto come giusto e necessario. La cultura determina l’accettabilità del controllo.

Ma la domanda che dobbiamo porci è: quanto tempo ci vorrà perché anche in Occidente, attraverso meccanismi più sottili e apparentemente volontari, si arrivi allo stesso risultato? Il tuo punteggio di credito sociale non è esplicito, ma l’algoritmo di Facebook sa già se sei un “buon cittadino” o un “problema”. E agisce di conseguenza, amplificando o sopprimendo la tua voce, includendoti o escludendoti dal dibattito pubblico.

Il potere geopolitico: GAFAM come soft power e sharp power

Ma il peso politico delle piattaforme digitali non si ferma ai confini nazionali. È diventato un potere geopolitico. Le cosiddette GAFAM – Google, Amazon, Facebook, Apple, Microsoft – sono considerate un’espressione del soft power degli Stati Uniti. Con la loro vasta influenza culturale e tecnologica, sono viste come strumenti attraverso i quali gli Stati Uniti esercitano il loro potere a livello globale.

Per molti commentatori del Sud globale, le GAFAM sono simbolo della potenza americana, dominando la nuova economia mondiale del digitale e influenzando la società con la raccolta e l’analisi dei dati in modi che ricordano un nuovo colonialismo digitale. È paragonabile a quello che è avvenuto tra fine Ottocento e inizio Novecento, quando le aziende americane hanno acquisito una posizione emergente nel mercato globale. Solo che oggi avviene mediante beni immateriali, ubiqui e difficilmente censurabili da governi che vorrebbero limitarne l’influenza.

Le cosiddette “Primavere arabe” del 2011 hanno mostrato questo potere in azione. I social media – Facebook e Twitter soprattutto – sono stati utilizzati per organizzare proteste e rovesciare regimi in Tunisia, Egitto, Libia. All’epoca si parlava di “rivoluzione democratica facilitata dai social”. Oggi sappiamo che è più complicato: molti di quei paesi sono precipitati nel caos o in nuove dittature. Ma il punto è che le piattaforme americane hanno dimostrato di poter destabilizzare governi stranieri.

E qui Benanti introduce un concetto cruciale: lo “sharp power”. Si distingue dal soft power – che si basa sull’attrazione culturale – e dall’hard power – che si basa sulla forza militare. Lo sharp power è l’uso di mezzi subdoli e manipolativi per influenzare e destabilizzare altri paesi attraverso disinformazione, propaganda, censura e manipolazione dell’informazione.

Le pratiche dello sharp power includono: diffusione di notizie false per creare confusione e divisione; infiltrazione di media e istituzioni accademiche per promuovere narrazioni favorevoli; uso di social media per amplificare propaganda e influenzare l’opinione pubblica. Ed è utilizzato tipicamente da stati autoritari – Russia, Cina – per minare democrazie occidentali.

Ma la domanda scomoda è: le GAFAM americane non stanno facendo esattamente la stessa cosa? La differenza è che quando lo fa la Russia attraverso troll farm e bot su Facebook, lo chiamiamo “attacco informatico”. Quando lo fa Facebook stesso attraverso i suoi algoritmi che promuovono contenuti divisivi, lo chiamiamo “business model”. Ma il risultato sulla democrazia è lo stesso: polarizzazione, disinformazione, manipolazione.

La Torre digitale si è mostrata come uno strumento di potere in grado sia di rafforzare l’ordine costituito sia di minacciarlo, volendolo sostituire. È un’arma a doppio taglio che può essere impugnata da chiunque ne possieda le chiavi. E le chiavi sono nelle mani di pochissimi attori privati, non eletti, non controllati democraticamente, che operano secondo logiche di profitto, non di bene comune.

Il bridge-based ranking: la falsa soluzione tecnocratica

Di fronte a questa catastrofe, cosa propone la tecnologia? Benanti analizza le soluzioni tecniche che vengono avanzate per ridurre la polarizzazione e la manipolazione. La più discussa è il cosiddetto “bridge-based ranking”: invece di premiare i contenuti che generano più engagement – cioè quelli più divisivi e sensazionalistici – l’algoritmo dovrebbe premiare i contenuti che creano ponti tra comunità diverse, che promuovono dialogo e comprensione reciproca.

Esempi concreti esistono già. Facebook sta sperimentando sistemi che premiano commenti che ricevono reazioni positive da un pubblico eterogeneo. Twitter – ora X – con il sistema Community Notes permette agli utenti di aggiungere contesto ai tweet, tenendo conto della diversità di opinioni tra chi contribuisce. Polis, del Computational Democracy Project, è un sistema di sondaggi in tempo reale che visualizza gruppi di opinione nelle discussioni, aiutando a identificare aree di accordo. È stato usato con successo dal governo di Taiwan per raccogliere opinioni pubbliche su questioni controverse.

Tutto bellissimo, no? La tecnologia che risolve i problemi creati dalla tecnologia. L’algoritmo buono che corregge l’algoritmo cattivo, ma Benanti solleva un dubbio devastante, che condivido completamente: questi sistemi calano dall’alto le soluzioni di accordo sugli utenti. Il consenso che troviamo in materia non nasce dalle persone, ma dal sistema digitale.

Con l’aggiunta che alcune grandi compagnie private ne hanno le chiavi e ne stabiliscono le regole. Il che – nota Benanti – ricorda alcuni timori di Mill e Tocqueville: viene in mente una tirannia della minoranza. Non equivale né al processo democratico di produzione dell’accordo maggioritario né consente una restaurazione dell’accordo sociale o il superamento delle opinioni divisive.

In altre parole: stiamo sostituendo la politica – il conflitto aperto tra visioni diverse che si confrontano pubblicamente e vengono risolte attraverso il voto – con l’amministrazione algoritmica del consenso. Stiamo realizzando l’Administramus di Bogdanov, ma presentandolo come soluzione democratica. È una truffa semantica.

E qui torniamo al punto di partenza: la democrazia computazionale non è democrazia. È tecnocrazia mascherata da partecipazione. Quando l’algoritmo decide cosa è “ponte” e cosa è “divisione”, quando stabilisce quali opinioni sono “costruttive” e quali “polarizzanti”, sta esercitando un potere politico immenso senza alcuna legittimazione democratica.

Chi programma l’algoritmo? Secondo quali criteri? Chi controlla che i criteri siano giusti? E soprattutto: chi ha eletto questi programmatori? Nessuno. Sono tecnici assunti da corporation private che rispondono solo agli azionisti. Stiamo affidando il governo della polis – la formazione dell’opinione pubblica, che è il cuore della democrazia – a ingegneri non eletti che operano secondo logiche opache.

Benanti cita giustamente l’esperimento di Polis a Taiwan. Ma Taiwan è un’isola di 23 milioni di abitanti con una cultura confuciana del consenso. Funziona lì. Ma provate a usarlo negli Stati Uniti polarizzati, o in Italia dove abbiamo otto partiti che si odiano a vicenda. L’algoritmo dovrebbe decidere che il “ponte” tra fascisti e antifascisti è il centrismo democristiano? O che il consenso tra pro-vita e pro-choice è un compromesso al ribasso che non soddisfa nessuno?

La politica non è amministrazione. La politica è conflitto, passione, visione del mondo. E quando provi a risolverla algoritmicamente, non stai trovando il consenso: stai imponendo il conformismo. Stai creando il pensiero unico per via tecnologica anziché ideologica. È lo stesso totalitarismo di cui parlava Han, solo più sottile.

La Torre di Babele digitale: la scimmiottatura del Corpo Mistico

E qui torniamo alla Genesi, al mito della Torre di Babele. Nel racconto biblico c’è un dettaglio tecnico fondamentale: “Si dissero l’un l’altro: Venite, facciamo mattoni e cuociamoli al fuoco. Il mattone servì loro da pietra e il bitume servì loro da calce”.

La pietra è creata da Dio. Ogni pietra è unica, irregolare, diversa. Costruire con la pietra richiede arte e rispetto per la forma individuale di ogni pezzo. Il mattone invece è standardizzato, identico agli altri, prodotto in serie. Il sistema cibernetico odierno odia la pietra – l’individuo unico e imperfetto. Vuole il mattone – l’utente profilato, il nodo della rete. Siamo stati trasformati da pietre vive in mattoni numerici per poter essere impilati nella Torre dell’algoritmo.

E la pece? Il bitume è fossile, vita morta e decomposta. Cosa tiene insieme i mattoni su Facebook o TikTok? Non l’amore o la comunità, ma il risentimento, l’odio, l’invidia, la paura. Il sistema sta in piedi bruciando energia umana: i dati estratti dalle nostre vite, il tempo cognitivo consumato, la depressione degli adolescenti, i lavoratori precari della gig-economy. La Torre è impastata con una sostanza organica di scarto. È un sistema sacrificale che richiede vittime per restare in piedi.

Ma c’è qualcosa di ancora più profondo e terribile in questa Torre. McLuhan lo aveva intuito quando parlava di “imitazione ragionevole del Corpo mistico” e di “manifestazione dell’Anticristo”. La Torre di Babele, ieri come oggi, è la scimmiottatura diabolica del vero Corpo Mistico di Cristo.

Nel Corpo Mistico di Cristo, come insegna San Paolo, siamo membra vive unite dal Preziosissimo Sangue di Cristo. Ogni membro conserva la propria identità – “l’occhio non può dire alla mano: non ho bisogno di te” – ma tutti sono uniti nell’amore e nella caritas che scaturisce dal Capo, che è Cristo stesso. È un’unità nella diversità, un organismo vivente dove circola la vita divina attraverso i sacramenti, e in particolare attraverso l’Eucaristia, il Sangue di Cristo che ci rende veramente un solo corpo.

La Torre digitale pretende di realizzare la stessa unità, ma senza Cristo, senza la Roccia. Bogdanov con le sue trasfusioni di sangue tentava di creare una fratellanza fisiologica, un super-organismo biologico. I social network promettono di “connettere il mondo”, di farci diventare una sola mente, un’unica comunità globale. Ma è una parodia satanica: l’unità è ottenuta attraverso la standardizzazione – i mattoni identici –, il legame non è l’amore ma l’algoritmo che ci manipola, e al posto del Sangue vivificante di Cristo abbiamo la pece bituminosa della dipendenza digitale e del risentimento virale.

La differenza è abissale: il Corpo Mistico si fonda sulla Roccia che è Cristo Re, sulla Sua Regalità universale. Cristo regna non come i potenti di questo mondo, ma come Colui che ha dato la vita per le Sue pecore. La Sua Regalità è servizio, verità, amore. Ed è proprio su questa Roccia – la fede in Cristo Re – che può edificarsi una società giusta. Non attraverso l’amministrazione cibernetica dei bisogni, non attraverso l’algoritmo perfetto, ma attraverso il riconoscimento che Cristo è Re dell’universo e che ogni ordine sociale che non si fondi su di Lui è destinato al crollo.

Manca la Roccia. In ebraico, la parola per fede è Emunah, dalla stessa radice di “Amen”, e significa solidità, stabilità, ciò che regge. Dio nella Bibbia è chiamato Tzur, Roccia. Il sistema sta crollando perché ha sostituito la fede-roccia – un principio trascendente, solido, etico – con il mattone-tecnica, un principio artificiale e friabile.

L’unica società veramente giusta non è quella di Bogdanov su Marte, non è quella delle piattaforme digitali che promettono di unirci, non è quella degli algoritmi che ci amministrano. È quella fondata sulla Regalità sociale di Cristo, dove le pietre vive – ciascuna unica e irripetibile – sono unite non dalla pece del risentimento o dall’algoritmo della manipolazione, ma dal cemento dell’amore che sgorga dal Cuore trafitto di Cristo. Il vero legame sociale non è il flusso di dati o lo scambio di sangue terreno, ma il Preziosissimo Sangue di Cristo che ci rende veramente fratelli, membra vive di un unico Corpo di cui Lui è il Capo.

Il paradosso finale è che la cibernetica e Internet sono nati per connettere tutto, per unire le lingue. Hanno ottenuto l’effetto opposto: incomunicabilità totale, odio tribale, confusione semantica. Proprio come a Babele, Dio non ha bisogno di bombardare la Torre. Basta confondere le lingue e gli uomini smettono di capirsi. Ogni social network è una tribù che parla una lingua diversa, chiusa nella propria filter bubble, incapace di dialogare con le altre.

L’apprendista stregone: quando nemmeno i padroni controllano più

Ma c’è un aspetto ancora più inquietante di questa situazione, che emerge con sempre maggiore evidenza: abbiamo messo in moto un sistema cibernetico di cui è fortemente dubbio che anche chi ne possiede le chiavi riesca ancora a controllarlo. Siamo diventati come l’apprendista stregone della ballata di Goethe, quello che pronuncia la formula magica per far portare l’acqua alla scopa, ma poi non riesce più a fermarla.

Gli algoritmi di intelligenza artificiale che governano i social network sono diventati talmente complessi che nemmeno i loro creatori comprendono appieno come prendano certe decisioni. Il machine learning funziona attraverso miliardi di parametri che si auto-modificano in base ai feedback: il sistema impara da solo, si adatta, evolve. I tecnici di Facebook o Google possono impostare gli obiettivi generali – massimizzare l’engagement, il tempo di permanenza sulla piattaforma – ma non possono prevedere né controllare esattamente quali contenuti l’algoritmo promuoverà, quali emozioni amplificherà, quali divisioni sociali innescherà.

Quando Frances Haugen ha mostrato i documenti interni di Facebook, è emerso che gli stessi dirigenti erano terrorizzati dagli effetti che i loro algoritmi stavano producendo: polarizzazione estrema, odio virale, depressione adolescenziale, persino istigazione a genocidi in alcuni paesi come il Myanmar. Ma non riuscivano a fermare la macchina. Modificare l’algoritmo per renderlo meno tossico significava ridurre l’engagement e quindi i profitti. Il sistema cibernetico aveva imposto la sua logica: l’obiettivo della funzione – il profitto – era diventato il padrone, non il servo.

È la stessa dinamica che Bogdanov aveva immaginato su Marte, ma con un esito opposto. I marziani del suo romanzo discutevano freddamente se sterminare i terrestri basandosi su puri calcoli energetici e sistemici. Il sistema aveva preso il controllo, l’etica era subordinata all’efficienza. Ma almeno su Marte c’era ancora una discussione, una deliberazione collettiva. Nella nostra Torre digitale nemmeno questo: l’algoritmo decide in millisecondi, milioni di volte al giorno, quali contenuti vedere, quali emozioni provare, quali nemici odiare. E nessuno – nemmeno Zuckerberg o i tecnici di Mountain View – può davvero fermarlo senza smantellare l’intero sistema.

La scopa continua a portare acqua, sempre più velocemente, e l’apprendista non conosce la formula per fermarla. Anzi, per essere precisi: la formula esiste – basterebbe spegnere i server, chiudere le piattaforme – ma nessuno la pronuncia perché significherebbe rinunciare al potere e al profitto. Proprio come nella ballata di Goethe, solo il ritorno del Maestro – e per noi credenti sappiamo chi è il vero Maestro – può spezzare l’incantesimo e fermare la devastazione.

L’unica via: la santificazione

Bogdanov voleva liberare l’uomo attraverso l’organizzazione. Il capitalismo delle piattaforme ha usato l’organizzazione per addomesticarlo. La Torre che stiamo costruendo con i nostri dati, con la nostra attenzione, con la nostra intelligenza – che regaliamo gratis ai giganti della Silicon Valley – è una Torre di Babele che sta crollando. Non per un castigo divino esterno, ma per la sua stessa costituzione: mattoni senza anima, tenuti insieme da pece bituminosa, senza la Roccia della fede che possa reggere il peso. È la scimmiottatura del Corpo Mistico, l’imitazione diabolica dell’unità che può venire solo da Cristo Re.

E come l’apprendista stregone che ha perso il controllo delle forze che ha evocato, i padroni della Silicon Valley guardano con crescente terrore una macchina che non risponde più ai loro comandi, ma continua a macinare vite umane secondo una logica che sfugge ormai a ogni controllo razionale. Benanti lo documenta con precisione: dalle campagne di Obama alla manipolazione di Cambridge Analytica, dalla sovversione delle democrazie in Brasile e Filippine alla polarizzazione totale delle nostre società, dal credito sociale cinese allo sharp power geopolitico – la Torre è già crollata. Noi viviamo tra le macerie, credendoci ancora abitanti di un edificio in piedi.

La nostra battaglia, come ricordava San Paolo, non è contro creature di sangue e carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra. L’unico modo per non venire bolliti come la rana nel pentolone è avere la forza di tirare una riga da non superare, e soprattutto di riconoscere che l’unica vera unità, l’unica vera società giusta, può edificarsi solo sulla Roccia che è Cristo e sul vincolo del Suo Preziosissimo Sangue.

Ma questo richiede l’esercizio delle virtù cardinali nella loro massima espressione. E qui dobbiamo essere onesti con noi stessi: le sole forze naturali non bastano. Di fronte a un sistema così potente, così pervasivo, così diabolicamente intelligente nel catturare e manipolare le nostre debolezze, le virtù umane – per quanto eroicamente esercitate – non sono sufficienti. Occorre santificarsi. È questa l’unica via che ci apre ai doni dello Spirito Santo, quei doni soprannaturali che massimizzano le nostre virtù portandole oltre i limiti della natura umana.

La prudenza naturale diventa, attraverso il dono del Consiglio, quella sapienza soprannaturale che ci fa discernere con chiarezza gli inganni del nemico. La fortezza umana diventa, attraverso il dono della Fortezza, quella capacità di resistere alle tentazioni più sottili e di perseverare anche quando tutto sembra perduto. La temperanza diventa, attraverso il dono del Timore di Dio, quella vigilanza che ci tiene lontani anche dalle più piccole concessioni allo spirito del mondo. La giustizia diventa, attraverso il dono della Pietà, quell’amore ardente per Dio e per il prossimo che ci fa vedere in ogni persona non un “utente” o un “nodo della rete”, ma un’anima immortale redenta dal Sangue di Cristo.

Solo attraverso la santificazione – la vita sacramentale frequente, la preghiera costante, la mortificazione, l’esame di coscienza rigoroso – possiamo ottenere quella soprannaturalizzazione delle virtù che ci rende capaci di resistere all’incantesimo della Torre digitale. Non si tratta di un semplice sforzo morale, per quanto lodevole. Si tratta di aprire la nostra anima all’azione trasformante della Grazia, di lasciarci plasmare dallo Spirito Santo fino a diventare davvero pietre vive del vero Corpo Mistico, non mattoni della Torre di Babele.

Ne saremo capaci? Con le nostre sole forze, certamente no. Ma “tutto posso in Colui che mi dà la forza”, ci ricorda San Paolo. Non posso che concludere come facevo nel mio articolo: preghiamo per chiederne la grazia. E non solo preghiamo, ma intraprendiamo seriamente il cammino della santificazione, perché è l’unica arma veramente efficace contro il sistema cibernetico anticristico che ci avvolge.

La vera rivoluzione non è quella dell’algoritmo perfetto né quella del Partito onnipotente: è quella dei Santi, che con la potenza dello Spirito Santo hanno sempre sconfitto i Principati e le Potestà, anche quando sembravano invincibili. E mentre i costruttori della Torre digitale continuano a impilare mattoni standardizzati con pece bituminosa, noi – pietre vive – possiamo ancora scegliere di essere edificati nel vero Tempio, quello non fatto da mani d’uomo, fondato sulla Roccia che è Cristo Re, Re dell’universo, Re della storia, Re dei cuori. Perché solo in Lui c’è la vera libertà, la vera comunione, la vera vita. Tutto il resto è polvere destinata a crollare.

Andrea Mondinelli

(FOTO:Foto di Philipp Katzenberger su Unsplash)

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