Il 16 febbraio 1892 papa Leone XIII pubblicava l’enciclica Au milieu des sollicitudes su Chiesa e Stato in Francia, con la quale apriva alla partecipazione dei cattolici alla vita politica della Repubblica francese. Da qui il termine Ralliement con cui storicamente viene definita questa politica di adesione.

L’enciclica, nella sua prima parte, riprende le osservazioni sulla “congiura” della politica moderna contro i diritti della Chiesa già espresse nelle precedenti encicliche, e chiama i cattolici a raccolta, affinché formino una “grande unità”. I motivi dottrinali con cui Leone XIII sostiene la necessità di questo dovere di partecipazione unitaria alla vita politica della Repubblica anticristiana sono i seguenti: a) tutte le forme di governo sono ugualmente valide in sé; b) la loro opportunità dipende della diversità dei caratteri e dei costumi dei popoli; c) nessuna forma politica può considerarsi definitiva e immutabile; d) anche nei confronti dell’attuale governo repubblicano i cattolici devono impegnarsi unitariamente per “conservare o rialzare la grandezza morale della loro patria”; e) però, si dice, questa forma di governo è anticristiana: qui Leone propone la distinzione tra “poteri costituiti” e “legislazione”. Può accadere che un valido potere costituito produca una legislazione pessima o che un potere difettoso produca una legislazione buona dato che “la qualità delle leggi dipende dalla qualità degli uomini più che dalla forma del potere”. I cattolici francesi devono quindi unirsi “come un solo uomo” anche nella Repubblica democratica contro gli abusi della legislazione.

A quell’epoca papa Leone aveva già scritto l’enciclica Libertas (1888) nella quale condannava la libertà moderna, la Diuturnum illud (1881) sull’origine e il fondamento dell’autorità, la Immortale Dei (1885) sulla costituzione cristiana degli Stati, e anche la Sapientiae christianae (1890) sui doveri dei cittadini cristiani. Dal punto di vista dottrinale tutti questi insegnamenti comportavano la inaccettabilità della Repubblica francese e della democrazia liberale che essa incarnava. Contemporaneamente, in contraddizione con la politica inaugurata in Francia, il papa manteneva il divieto della partecipazione dei cattolici alla vita politica dello Stato italiano.

La discussione sulla politica vaticana del Ralliement è sempre stata molto viva e continua ad esserlo anche adesso. In essa, infatti, sono nascosti problemi che sarebbero emersi anche in seguito, per lungo tempo. 

In un articolo apparso su Infovaticana il 26 luglio scorso, Martin Grichting, riesamina la questione all’interno di un confronto tra Leone XIII e Leone XIV. Secondo lui Leone XIII diede avvio ad una svolta rispetto alle posizioni del suo predecessore Pio IX, ancora legato al regime precedente la Rivoluzione francese quando – scrive l’autore – si considerava la Repubblica come diavolo. Con la sua enciclica del 1892, Leone XIII sosteneva che nessuna forma di governo è immutabile, diceva che riconoscere nuove forme di governo non era solo ammissibile, ma persino necessario per il bene della società, anche quando, sotto questa nuova forma democratica, un governo anticristiano combattesse contro la Chiesa. I cattolici dovevano abbandonare lo “Stato cattolico”, abbracciare la Repubblica e usare tutti i mezzi democratici per lottare per il Vangelo e i diritti della Chiesa.

Di diverso parere è don Claude Barthe che, in alcuni suoi scritti recenti, ha ripreso in mano l’argomento. Secondo lui ritenere che qualsiasi forma di governo possa essere buona e che il regime della Repubblica francese non potesse considerarsi a priori come tirannia significa non considerare adeguatamente la democrazia moderna, quella nata con la Dichiarazione dei diritti dell’uomo nella fase costituente della Rivoluzione francese e che basava la propria legittimità non su Dio ma sulla nazione. Questa democrazia non può essere buona perché non è neutra, sicché per essa non vale la distinzione tra “poteri costituiti” e “legislazione”. Definire il diritto ad uccidere un bimbo innocente come uno dei diritti fondamentali contenuti nella Costituzione francese significa affermare la superiorità della “volontà generale” degli individui sulla volontà di Dio. Per questo “la tattica leonina era decisamente sbagliata”. (C. Barthe, Las consignas de Leóne XIII: una falsa buena idea, “Verbo”, n. 629-630, noviembre-diciembre 2024, pp. 825-834; Id., La dimensión política de la defensa del derecho natural, “Verbo”, n. 627-628, agosto-septiembre-octubre 2024, pp. 575-584). In questa rottura prodotta dalla repubblica democratica, secondo don Barhe, non si riusciva a vedeva il desiderio di allontanare la Chiesa dalla scena pubblica e di integrarla in strutture istituzionali che organizzassero gradualmente la separazione tra Chiesa e società. Anzi, molti cattolici liberali – “con una ingenuità talvolta molto commovente” – vi vedevano una opportunità e “il cattolicesimo democratico avrebbe riacquistato nella libertà moderna un’influenza che stava perdendo di giorno in giorno rimanendo legato ai sogni di restaurazione della cristianità” (C. Barthe, Troverà ancora le fede sulla terra?, Fede & Cultura, Verona 2024, p. 25).

Interessa notare che al centro della questione c’è l’equiparazione delle forme di governo – monarchia, aristocrazia e repubblica – sicché non si vedeva quanto era proprio non della democrazia in senso classico o in senso neutro, ma della democrazia in senso moderno. Questa era la fessura dalla quale passava l’accettazione della separazione tra società e religione cattolica. Durante il pontificato di Pio XI, nelle polemiche seguite alla approvazione della Legge francese sulla laicità (1905), nello stesso anno della Quas primas (1925), l’Assemblea dei Cardinali e Arcivescovi francesi (ACA) pubblicò una “Dichiarazione sulla cosiddetta legge sulla laicità e sui mezzi da adoperare per combatterla”. La Dichiarazione condannava la “separazione” stabilita dalla legge ma poi riproponeva la “fessura” della indifferenza tra le forme di governo: “La religione lascia ad ognuno la libertà di essere repubblicano, monarchico o sostenitore dell’impero, perché queste forme di governo sono conciliabili con essa” (C. Barthe, Quando los obispos de Francia condenaron el laicismo, “Verbo”, n. 633-634, marzo-abril 2025, p. 202). In questo modo si apriva alla democrazia, non vedendo nella sua forma moderna nessun ostacolo.

Superfluo osservare che anche in seguito e fino ad oggi la problematica rimane irrisolta. Giovanni Paolo II ha avuto parole molto dure verso la democrazia, sostenendo che essa ha una relazione non estrinseca col totalitarismo. Riproponendo il rapporto tra libertà e verità nella Evangelium vitae o nella Centesimus annus, egli ha fornito validi elementi per affrontare nel giusto modo la problematica, ma forse non sufficienti. Altrimenti non si spiegherebbe come mai oggi la Chiese nazionali hanno sostanzialmente fatta propria la democrazia moderna, considerandola l’unica forma di governo. Nell’attuale momento storico, ciò è particolarmente evidente per la Chiesa italiana.

Stefano Fontana

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