
C’è chi ha fatto della polemica contro la Russia un orizzonte tematico, contrapponendola all’Occidente (o all’ “occidente”?). Con ciò, anzitutto dimenticando, e si spera per loro che sia solo una dimenticanza, che se l’Occidente (con la maiuscola) è il nome geografico di un mondo scaturito dalla filosofia greca, dal diritto romano e dall’incarnazione storica del Vangelo, cioè la civiltà cristiana, la Cristianità, la Russia ne è stata parte integrante, ancorché a un certo momento “zoppa”, a causa dello scisma d’Oriente. L’Europa – come continente culturale, madre della civiltà e storicamente della diffusione del messaggio cristiano e della sua planetarizzazione, in quella ch’è stata ben definita Magna Europa (ma poi anche madre della Rivoluzione) – si estende dall’Atlantico agli Urali, secondo la lezione di s. Giovanni Paolo II, e la Chiesa ha due polmoni, di cui uno è il mondo greco-slavo, sempre secondo il santo Papa. In altri termini, è Occidente con la maiuscola ovunque la Croce sia stata istituzionalmente eretta, dopo essere diventata la cifra dell’esistenza individuale, delle comunità, della società (il che non vuol dire, evidentemente, la diffusione di una sorta di santità collettiva, ma di princìpi-guida, purtroppo non sempre e non da tutti effettivamente rispettati e vissuti). Fuori di questa dimensione, è solo “occidente” con la minuscola, che oggi, rivoluzionato in profondità e nemico dell’Occidente, odia la Russia e si oppone ad essa perché v’intravvede – pur con tutti i di essa limiti ed errori – un residuo d’Occidente, dove la Croce – sebbene non quella cattolica – è onorata e promossa, al di là della effettività della pratica religiosa da parte di una popolazione che ancora sconta settant’anni di ateismo di stato e feroce persecuzione religiosa e civile. Tanto che si può parlare correttamente di Translatio Occidentis dove non si promuove l’omosessualismo, l’ateismo pubblico con il nome di laicismo, la lotta alla proprietà privata e alla libertà economica, la guerra alla famiglia e si viaggia in pieno accordo con la Chiesa (purtroppo “nazionale” e non universale, ma meglio questo che quel che accade nell’ “occidente”, ormai ridotto ad espressione geografica, cioè il luogo dell’avanguardia motrice della Rivoluzione anti-cristiana).
In questa assurda e infondata ostilità anti-russa, qualcuno ha agitato una contrapposizione tra “diritto e autoritarismo”, là dove l’uno sarebbe di casa in “occidente”, e l’altro in Russia. Considerata la fonte, si deve ritenere che con “diritto” s’intenda quello naturale, cioè quel che è legge perché giusto, e non perché semplicemente comandato, promulgato dallo stato. Ora, sempre considerata la fonte, stupisce un simile errore, da tre freghi di matita blu, di grammatica politologica, e storico.
Da quest’ultimo punto di vista, non si può ignorare che ogni regime della Cristianità – impero, regno, repubblica che fosse – era certo “autoritario” per ciò che riguardava la sicurezza interna ed esterna e il rispetto delle leggi, ma sempre tendenzialmente all’interno dei confini del diritto cui era sottomesso. Cioè, fuori dalla prospettiva del “quel che piace al principe è legge”, ma rispettoso verso l’alto della traduzione giuridica della morale e dell’ordine naturali che ne giudicavano le leggi, e verso il basso dei legittimi diritti, libertà, autonomie e immunità dal potere centrale (che furono detti fueros dalla tradizione politica ispanica), acquisiti storicamente da individui, famiglie, corpi intermedi, comuni e altre comunità territoriali con esperienze di autogoverno. Insomma, erano regimi limitati, sebbene non immuni dalla tentazione (specialmente in Francia), nella quale pure talvolta cadevano, di debordare da tali limiti, in termini di centralismo e assolutismo positivista.
Quanto alla più elementare grammatica politologica, il regime autoritario ha una sua legittimità teoretica, e nel concreto dipende dall’uso che se ne fa. Ci soccorre sul punto, tra tanti (p. es., Juan José Linz), maestro Voegelin.
«[…] in determinate circostanze, è possibile non avere troppe obiezioni di fronte a un’organizzazione autoritaria […]. Non vi è nulla di sbagliato in questo: in determinate circostanze è una necessità per il funzionamento di una società che si trovi in condizioni culturali primitive. Ma la cosa è molto diversa se il leader autoritario è al contempo un ideologo e compie omicidi di massa nel caso in cui il popolo opponga resistenza di fronte ai suoi progetti più bizzarri. Questa è una cosa completamente diversa. Quindi non sarebbe corretto, dal punto di vista della giustizia, obiettare immediatamente se, in determinate circostanze, vi fosse una sorta di leader autoritario […]. Il presupposto, tuttavia, è che il leader autoritario non sia un nazista o un comunista o un ideologo di altro tipo ma una persona che viva secondo una concezione di stampo classico e cristiano» (E. Voegelin, Hitler e i tedeschi, p. 197).
Insomma, l’autoritarismo oltre ad essere tante volte preferibile (cfr., oltre la teoria, l’esemplificazione, supra, dalla storia della Cristianità), non è intrinsecamente perverso. Diversamente dai totalitarismi socialcomunisti e dalla democrazia moderna, cioè a sua volta totalitaria. Che non vuol dire “un uomo solo al comando”, ma che il comando, quale che ne sia il regime e quanti siano i titolari del potere, è illimitato, totale, e si estende non solo a tutti, ma proprio tutti, gli aspetti della vita sociale, che viene invasa, pervasa, assorbita dallo stato, non riconoscendo libertà plurali e immunità dal potere centrale, ma va oltre, negando l’esistenza prima e sopra di sé di verità, legge naturale e principi morali che lo giudichino.
Per quel che riguarda, specificamente il totalitarismo della democrazia moderna, e la sua “evoluzione” in strutture sovranazionali tecnocratiche come la UE, in nome della “maggioranza” – spesso più fittizia che reale, procedente per successive sostituzioni, e comunque riconosciuta tale solo se i “democratici” la ritengono “democratica” – si decide il “bene” e il “male”. E le virgolette stanno a significare che questi diventano tali per positivistica deliberazione, nella negazione d’ogni realtà data e trascendenza, cui il regime democratico moderno, diversamente da quelli storicamente autoritari (p. es., tra alcune esperienze più recenti, quello di Franco in Spagna e quello di Salazar in Portogallo), rifiuta per definizione d’essere soggetto. Esemplificazione ne è il noto aneddoto, che narra come nel Parlamento del Regno Unito, all’inizio del XX secolo, un deputato ne esaltasse il ruolo, dichiarando che, rappresentando il popolo e la sua onnipotenza in quanto “libero”, poteva tutto, tranne trasformare l’uomo in donna e viceversa, a causa di una “piccola differenza”; al che il giovane Churchill si levò gridando “viva quella piccola differenza!”. Allora, si riconosceva ancora un dato oggettivo (trascendente la volontà) che limitava il potere esercitato dal “popolo”. Ora, anche questo limite è stato dissolto dal processo rivoluzionario, che ha portato il potere democratico oltre ogni limite, facendolo dio in terra che pretende di riscrivere (rectius, ri-creare) la realtà, così negandola nel suo essere dato. La Rivoluzione prometeica e nichilista sta da questa parte del mondo e dissolve la stessa idea di diritto, altro che autoritarismo.
La Federazione russa – autoritaria -, non è l’Urss totalitaria, cui è succeduta in totalitarismo la U(socialista)E. E un po’ di diritto, se sopravvive, sta di là, non certo di qua, dove s’è negata anche quell’ultima sopravvivenza di limite al potere, cioè di rispetto della realtà dell’essere – da cui scaturisce il diritto, che ne è la dimensione normativa, e che il diritto deve solo riconoscere, rispettare e promuovere – costituita dalla “piccola differenza” esaltata da Churchill.
Giovanni Formicola
(Foto: Di A.Savin – Opera propria, CC BY-SA 3.0)
