
[La Giornata è stata dedicata alla presentazione del 16mo Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo dell’Osservatorio VT. QUI Per informazioni e acquisti]
Origini e destini dell’Europa sono strettamente connessi con la religione cristiana. Due profetici passi del Nuovo Testamento sono all’origine di questa relazione. Gli Atti degli Apostoli si concludono con una citazione da Isaia: “Va’ da questo popolo e di’ loro: Udrete con i vostri orecchi e non comprenderete, guarderete con i vostri occhi e non vedrete. Perché il cuore di questo popolo troppo si è indurito, e hanno ascoltato di malavoglia con gli orecchi, hanno chiuso i loro occhi per non vedere con gli occhi, non ascoltare con gli orecchi, non comprendere nel loro cuore e non convertirsi, perché io li risani. Sia dunque noto a voi che questa salvezza di Dio viene ora rivolta ai pagani ed essi l’ascolteranno” (At 28, 26-28). Luca qui fa confluire tutto in un evento cardinale che è lo spostarsi del cristianesimo dall’Oriente all’Occidente, tramite la sua istituzionalizzazione nella Chiesa. Come è stato rilevato dagli studiosi, la prima volta che i discepoli di Cristo sono stati chiamati “cristiani” è stato ad Antiochia da parte delle comunità dei gentili neofiti di Cristo.
Il secondo passo proviene ancora dal libro degli Atti e riguarda la visione in cui Paolo riceve la spinta ad attraversare lo stretto di Bisanzio: “Durante la notte apparve a Paolo una visione: gli stava davanti un Macedone e lo supplicava: passa in Macedonia e aiutaci. Dopo che ebbe avuto questa visione subito cercammo di partire per la Macedonia, ritenendo che Dio ci aveva chiamati ad annunziarvi la parola del Signore” (At 16,9-10).
Il cristianesimo è geograficamente nato in Oriente o, per meglio dire con le categorie odierne, nel Medio Oriente, ma esso è essenzialmente un fenomeno occidentale, perché si impianta e si diffonde in Europa e poi, dall’Europa, al mondo intero. Occidente qui non riveste solo un significato geografico, ma una categoria dello spirito e del pensiero: in Occidente è avvenuto qualcosa di essenziale per il cristianesimo, che non ne riduce con ciò la portata universale. Questo qualcosa è l’incontro provvidenziale tra la ragione e la fede, quindi tra la natura e la sopra-natura. In questo senso il luogo della Scrittura maggiormente denso di contenuto è il prologo del Vangelo di San Giovanni: in principio era il Logos e non la Gnosi. Qui in Europa è diventata possibile una “civiltà cristiana” con caratteristiche proprie ed uniche, tali da garantire alla ragione naturale la sua legittima autonomia senza con ciò assolutizzarla, ma ponendola in dipendenza rispettosa dalla rivelazione e dalla grazia. Come ricordava acutamente il grande storico della filosofia Étienne Gilson, l’azione della grazia sulla natura e quindi sulla società civile e politica, non è indiretta, come spesso si è indotti a pensare, ma diretta nel senso che la induce direttamente a volgersi ad altro di trascendente. È così che la fede nella rivelazione cristiana e l’azione della Chiesa salvano la ragione e la natura dalla tentazione gnostica e la liberano. Benedetto XVI ha scritto che la fede cristiana ha fatto da “esorcismo” nei loro confronti.
*****
In alcune epoche storiche le vicende della “civiltà cristiana” hanno prodotto esiti molto alti che sono diventati modelli da seguire e da imitare. La Chistianitas medievale, oppure la grande civiltà cattolica della Controriforma, specialmente nella sua versione ispanica, sono due esempi di questa profonda creatività della fede che incontra la ragione, la aiuta, la corregge quando devia, le apre nuovi orizzonti chiedendo ad essa, alla ragione, senza che diventi fede, di approfondirli. Gli effetti benefici anche civili sulla societas christiana sono evidenti. Parlo di quella società cristiana che Leone XIII descriveva nell’enciclica Immortale Dei (1885), dicendo che non bisogna inventarla, perché esiste già e come tale va difesa e sviluppata. In queste forme alte o mature di società cristiana, tutti i livelli sociali trovavano il loro posto in una società organica e sussidiaria, dentro un concerto di libertà rispettoso dell’ordine naturale finalistico attestato dalla filosofia e dal diritto naturale, sostenuti in ciò dal diritto divino proclamato dalla rivelazione. La società cristiana, secondo la definizione di Christopher Dawson, era una “comunità di comunità”. Non esisteva allora la laicità in senso moderno, ossia intesa come ambito separato dalla religione e dalla morale, ma non si dava con ciò nessuna forma di fondamentalismo, bensì di legittime autonomie particolari dentro un contesto di universalità garantito dal cristianesimo e dalla Chiesa. Il concetto di “impero cristiano” riassumeva questa visione della civiltà. L’autorità politica e quella religiosa erano sovrane nel proprio ordine, ma anche l’imperatore era un cristiano fedele alla Chiesa. Dante Alighieri nel suo De Monarchia diceva che gli uomini hanno due fini, quello spirituale ed eterno e quello temporale e storico, e per questo c’erano due autorità che li guidavano verso questi esiti. Gilson precisa che l’uomo ha un duplice fine e con questa espressione fonda l’autonomia dei due ambiti ma anche la subordinazione dell’autorità politica a quella spirituale.
*****
Il cristianesimo è all’origine dell’Europa, sicché senza cristianesimo non si può parlare di Europa. È vero che la cultura europea si costituisce tramite la filosofia greca, soprattutto la metafisica, il diritto romano e, appunto, il cristianesimo, ma non bisogna dimenticare che le prime due componenti sono state assunte dal cristianesimo e purificate dei loro errori o delle loro imperfezioni. Non è stata la filosofia greca a ellenizzare il cristianesimo, è stato questo a cristianizzare la filosofia greca. I Padri della Chiesa hanno svolto per primi quest’opera di assimilazione creativa, Agostino non è semplicemente un neo-platonico, San Tommaso non è un epigono di Aristotele, aristotelismo e tomismo non sono la stessa cosa. Il pensare nella fede, in cui consiste propriamente la “filosofia cristiana”, aveva bisogno della metafisica greca ma non si riduceva ad essa. I filoni della teologia contemporanea che parlano di una “de-ellenizzazione” del cristianesimo sono fuori strada. Non è corretto, quindi, pensare alle tre componenti viste sopra come equivalenti e come se il cristianesimo si fosse solo aggiunto alle altre due. Quanto detto vale anche per l’Islam che pure ha avuto una sua presenza in Europa. I Commentatori arabi di Aristotele hanno svolto un importante ruolo di cerniera tra la filosofia greca e il cristianesimo, tanto è vero che san Tommaso d’Aquino li utilizza e non solo per spunti marginali. Ma la filosofia araba, come rivelano importanti islamisti, era un elemento marginale e quasi sconosciuto nel grande impero musulmano, ha avuto anche dei decorsi pericolosi con l’aristotelismo eterodosso e, infine, i suoi elementi positivi ed utili sono stati resi tali dalla purificazione da parte della filosofia cristiana. Faccio queste osservazioni per sottolineare la funzione sintetica e purificatrice dal cristianesimo in Europa, della quale non può essere ritenuto solo uno dei vari componenti, ma quello principale che ha saputo fondere gli altri in una sintesi culturale nuova. Non c’è dubbio che le fonti della cultura europea siano plurali, ma fu il cristianesimo a fare da addensante. In Europa la fede cristiana ha dimostrato due cose fondamentali: ha mostrato di essere una cultura, sicché chi entra nella Chiesa sa che entra anche in una cultura e non in un contesto disincarnato, e ha dimostrato di essere capace di produrre cultura. Segnalo questo aspetto perché mi sembra che allo stato attuale delle cose esso sia piuttosto dimenticato, data l’insistenza con cui si confina la fede cristiana nell’ambito privato.
Molti negano questa centralità della fede cristiana per l’edificazione culturale dell’Europa. Ma anche chi non la nega e afferma e riconosce che il cristianesimo appartiene alle “radici” dell’Europa, come si dice spesso, fa poi dipendere da esso, indiscriminatamente, molte dimensioni della vasta cultura europea che invece non derivano dal cristianesimo, se non indirettamente. Sono convinto che sia necessario recuperare culturalmente la centralità del cristianesimo per l’Europa, e nello stesso tempo non far dipendere da esso tutto quanto l’Europa ha prodotto. Certamente, senza il cristianesimo non sarebbe pensabile l’illuminismo, ma ciò non significa che questo sia un prodotto cristiano, dato che invece se ne discosta e addirittura lo contraddice. Il cristianesimo ha sì aperto nuovi orizzonti che hanno permesso molte cose, ma non tutte queste cose sono sue figlie. Il cristianesimo, come anche nota Romano Guardini, ha posto un punto di vista esterno al mondo, per cui il mondo è stato demitizzato, e questo ha permesso molteplici sviluppi e percorsi culturali, molti dei quali, però, hanno deviato dai presupposti cristiani. Per esempio, è nata la scienza ma non lo scientismo, è nata la libertà ma non il liberalismo, è nata una nuova concezione della natura ma non il naturalismo. Mi soffermo a questo proposito solo su due esempi. Si sa che il concetto di “persona” deriva dal cristianesimo e che, come ha ben detto Romano Guardini, quando la religione cristiana si affievolisce quel concetto va perso e dimenticato. Ma questo non vuol dire che tutte le visioni della persona sviluppatesi nella modernità dipendano dal cristianesimo. Sento dire, per esempio, che la famosa formula kantiana dell’imperativo categorico, secondo cui bisogna trattare le altre persone non come mezzi ma come fini, coincide con la concezione cristiana della persona, ma questa dipendenza è difficilmente sostenibile al di là di una certa assonanza verbale. Veniamo ora al secondo esempio: il concetto di diritto naturale dipende certamente dal cristianesimo e in particolare dal cattolicesimo, dato che per le confessioni riformate la ragione è incapace di conoscere con le proprie forze naturali inquinate definitivamente dal peccato, ma con il protestante olandese Ugo Grozio il diritto naturale si è separato dal suo fondamento divino ed è iniziato un suo progressivo indebolimento che ne ha distrutto la figura. Questo non può essere attribuito al cristianesimo, tanto è vero che i pontefici di fine Ottocento hanno condannato il naturalismo pur non negando certamente il diritto naturale.
Una delle espressioni più ricorrenti è che l’Europa di oggi deve riscoprire le proprie radici cristiane. Giovanni Paolo II aveva chiesto che la Costituzione dell’Unione Europea, poi non approvata, contenesse il riferimento a Dio. Ma il laicismo di chi governava l’Unione non accettò nemmeno il riferimento alle radici giudeo-cristiane. Ci chiediamo però: ammettendo per assurdo che una simile espressione fosse stata accolta e inserita nel testo, sarebbe stato sufficiente? Sarebbe stato importante, certamente, perché le manifestazioni della cultura europea della civiltà cristiana, dall’architettura alla musica, sono incomprensibili senza il cristianesimo, però non sufficiente, perché intese come un fatto storico, che può sempre essere superato e misconosciuto dalle nuove generazioni, oppure considerato come folclore. La presenza della religione cristiana, e cattolica in particolare, nello spazio pubblico è motivata dalla sua verità e dall’appello di verità che essa lancia alla ragione nelle sue varie manifestazioni, chiamandole ad essere se stesse fino in fondo. La fede cristiana è per la ragione una vocazione. Questo è un punto di fondamentale importanza su cui, come si sa, ha attirato l’attenzione Benedetto XVI.
*****
Ad un certo punto però in Europa è nato qualcosa di nuovo, anzi di assolutamente inedito. Nel nostro continente per la prima volta nella storia è nata una cultura non derivante da una religione, ma irreligiosa e atea. Prima di questo momento il modo generale di pensare era teistico. C’erano anche forme di ateismo, ma isolate e passeggere. Con la modernità nasce invece un modo di pensare ateo che non solo non origina da una religione ma combatte il religioso in quanto tale. Secondo questa interpretazione, il destino dell’Occidente sarebbe il nichilismo e l’Europa avrebbe una vocazione universale non nel trasmettere la fede cristiana ma nel trasmettere l’ateismo. Comunemente si pensa che l’inizio di questo pensiero ateo sia costituito dall’illuminismo. Questo movimento ha presentato aspetti molto diversi tra loro e il giacobinismo rivoluzionario non è equiparabile all’illuminismo moderato che si è riscontrato in molti Paesi europei come per esempio l’Italia. Però, pur in questo quadro plurale, l’illuminismo ha un carattere che lo contraddistingue in modo peculiare e che non produce da sé ma eredita dalla svolta metodologica e gnoseologica della modernità avvenuta con Cartesio. È qui, con Cartesio, che avviene qualcosa di inaudito. Per la prima volta il pensiero umano vuole partire da se stesso anziché delle cose reali. Quindi tutti i suoi contenuti, compreso Dio, sono in fondo sempre e solo dei nostri pensieri. Questo metodo è filosoficamente ateo, perché impedisce di pensare Dio come reale. Nasce una filosofia che si può definire rivoluzionaria perché non si adegua alla realtà ma la riplasma, ideologica, perché sostituisce al reale la nostra rappresentazione, gnostica, dato che odia la realtà e la vuole ristrutturare. Si tratta di un ateismo militante ed universalistico avente la stessa forza di una religione. Non è una religione in senso stretto, dato che non esprime una fede in Dio, nemmeno nella forma della semplice credenza, ma ha comunque una forza assoluta, necessaria per combattere Dio ed escluderlo in via sistematica e non solo occasionale dalla storia degli uomini.
Il suo carattere “religioso” è dimostrato anche da un’altra considerazione. Il nuovo metodo di partire dal pensiero non può essere dimostrato perché per dimostrarlo bisognerebbe partire da principi precedenti, i quali però sarebbero comunque nel pensiero. Quindi l’idea che si conosce prima di tutto le nostre idee o rappresentazioni è un assunto indimostrato e indimostrabile, ossia è una fede. Però è una fede atea, un presupposto dogmatico secolarizzato, che non si ferma senza prima arrivare fino al fondo. Per questo possiamo anche dire che in Europa, da un lato è nato l’incontro tra ragione e fede del cristianesimo, dall’altro è nata la contrapposizione tra ragione e fede che non si placa fino alla distruzione completa di questo rapporto.
*****
Quel nuovo “cominciamento” nel modo di pensare che abbiamo appena visto ha comportato in Europa un ripensamento radicale della vita sociale e politica. Del resto, si trattava di un approdo inevitabile. Se non si inizia dalla realtà ma dal pensiero, anche la vita sociale e politica dovrà essere una costruzione, una convenzione, un contratto. Non più qualcosa di fondato nella naturale socievolezza umana, non più avente come base un ordine naturale finalistico che implicitamente detta anche le regole della morale sia individuale che comunitaria, ma la convergenza delle volontà e delle utilità dei singoli individui che diventano cittadini per una sorta di investitura da parte del potere. In questa nuova prospettiva, il rapporto tra la politica e la religione cambia radicalmente ed inizia il lungo percorso lungo il quale il cristianesimo è stato dapprima ridotto ad una religione civile, poi ad una religione tra le altre secondo l’indifferentismo politico della postmodernità, quindi ad una agenzia di formazione civica per finire a considerarlo una scelta personale irragionevole priva di dignità pubblica. Ci sono stati i tristemente noti momenti della persecuzione violenta, che comunque non mancano nemmeno oggi nelle società europee, ma gli effetti principali si sono avuti in modo leggero e più efficace: il cristianesimo è stato spento togliendogli il contesto adeguato per potersi esprimere in sintonia con la sua vera e propria natura. In Europa sono esplose le grandi ideologie anticristiane dei gulag, ma si è anche fatta strada una rivoluzione non esplosiva fondata sulle libertà moderne assolutizzate, su una secolarizzazione proposta e accettata come positiva o addirittura condivisa da molti cristiani, e sulla separazione tra la libertà e la verità. Nelle società democratiche europee si sono attuati progetti di nuovo totalitarismo contrario alla vita umana che viene colpita soprattutto nella sua fase iniziale e finale. Storici come Ernst Nolte hanno parlato delle vicende interne all’Europa come di una articolata “guerra civile europea”, iniziata con la Rivoluzione francese, che altro non fu se non una guerra civile, proseguita con la Rivoluzione russa, che non lo fu da meno, fino alle due guerre mondiali e al conflitto postbellico tra Ovest ed Est europeo, purtroppo ora ripreso in Ucraina, dopo aver dimenticato che, secondo l’insegnamento di Giovanni Paolo II, l’Europa si estende dall’Atlantico agli Urali. Per molti motivi l’attuale conflitto in Ucraina dimostra la lacerazione e la debolezza dell’Europa, conseguenza dell’abbandono delle sue basi cristiane e la concomitante assunzione dell’altro filone che abbiamo descritto, ateo e irreligioso. L’irreligione della modernità non colpisce solo la religione cristiana ma, a ricaduta, tutti i livelli della convivenza umana. Se guardiamo al dramma dell’aborto legalizzato, così diffuso nel nostro continente, non possiamo vedervi una riedizione di una guerra civile interna alle nostre stesse società.
*****
Accennavo sopra alla struttura organica e sussidiaria, armonicamente libera della civiltà cristiana. Cose passate, evidentemente, ma che possono offrire molti spunti critici e costruttivi anche oggi. Dato che la società è stata concepita, e ancora oggi lo è, come una costruzione volontaristica priva di fondamenti naturali e, ancor di più, soprannaturali, il fondamento della comunità politica è diventato il potere e quindi lo Stato nella sua configurazione di Leviatano e Persona civitatis. La dottrina dello Stato sancita a Westfalia è stata via via approfondita e continua anche oggi, interessando anche le aggregazioni sopranazionali come l’Unione Europea, che in molti suoi aspetti ne imita le caratteristiche. Questo tipo di Stato non può accettare nessun altro potere sopra di sé e in esso il potere è sovrano. La politica viene quindi scissa dalla morale naturale e dalla rivelazione, collocandosi in una sorta di laicità – con cui forse la confessione protestante può convivere ma non quella cattolica – che non può non trasformarsi in laicismo. I guai prodotti da questa concezione dello Stato sono di notevole entità e i Paesi del nostro continente faticano ancora oggi a liberarsene. Né il costituzionalismo liberale è riuscito a farlo dato che quando la sovranità viene trasferita nel popolo non perde il suo carattere autoreferenziale.
L’Europa è diventata in passato la “Magna Europa” e questo ha anche preso le sembianze di una evangelizzazione missionaria che certamente ha avuto, come tutte le cose umane, i suoi lati bui, peraltro alimentati dalle varie leggende nere costruite ad arte, ma ha anche avuto effetti gloriosi che rimangono tali anche se oggi sono trascurati o deformati. Oggi sembra che l’Europa trasmetta al mondo un ideale di vita materialistico, edonistico, caratterizzato dall’indifferentismo religioso. Quella europea sembra oggi una civiltà al tramonto. Nonostante questo, l’incontro tra Europa e cristianesimo non perde il proprio valore, perché la verità non cambia col cambiare delle situazioni storiche. Per questo riprendo volentieri qui le due indicazioni fondamentali lasciateci da Benedetto XVI su questo argomento: siccome qui, in Europa, è nato il cristianesimo come civiltà ma è anche nata la prima cultura irreligiosa della storia, è da qui che bisogna ricominciare, dalla rievangelizzazione dell’Europa.
Arcivescovo Giampaolo Crepaldi
23 novembre 2024
