
Non si placa il disappunto per la conduzione partigiana della Settimana Sociale dei cattolici italiani, la cui cinquantesima edizione si è svolta nei giorni scorsi a Trieste, inaugurata dal presidente della Repubblica Mattarella e chiusa da papa Francesco.
Aperta resta invece la polemica per la trasformazione dello storico evento ecclesiale nella kermesse di un partito – il Pd – i cui aderenti e simpatizzanti hanno dominato la scena, potendo paradossalmente contare sul finanziamento della Regione Friuli Venezia Giulia, a guida centro destra. Il malumore culmina ora con le analisi a posteriori sull’evento.
Più grave ancora – poiché riguarda il magistero della Chiesa – è la critica mossa dal filosofo cattolico Stefano Fontana, che ha parlato di “Dottrina Sociale scomunicata”
Cosa intendeva dire?
La Chiesa universale ha smesso da tempo di usare la propria Dottrina sociale (DSC): non ne ha adoperato i principi durante il biennio Covid, nella considerazione dell’immigrazione, approvando l’ideologia green ma chiedendovi addirittura una ”conversione”, e sostenendo i progetti globalisti di Davos e dell’ONU. Ciò è diventato evidente nelle ultime edizioni della Settimana sociale e soprattutto in quest’ultima, svolta al di fuori di ogni richiamo alla DSC.
Che cosa comporta questo abbandono, sia per la Chiesa che per la società?
Per la Chiesa comporta che il suo messaggio viene secolarizzato. Essa diventa una delle tante agenzie eticheggianti presenti nel sociale. Ha perso la convinzione di avere una proposta alta e unica da fare e al massimo si concepisce come luogo di confronto. Per la società comporta che l’azione sociale e politica vengono assolutizzate perché private di un respiro trascendente, e condannate al fallimento perché la salvezza non può venire dalla politica.
In occasione dei lavori è stata notata una totale convergenza – ai limiti della interscambiabilità – fra il discorso del presidente della Repubblica e quello del presidente della CEI: come leggerla?
In effetti l’uno e l’altro si sono presentati come interscambiabili. Mattarella e Zuppi sono ambedue dossettiani e, come diceva Ardigò, “c’era in Dossetti il monaco nel politico e il politico nel monaco”. Mattarella era e rimane un dossettiano e quindi per lui la costituzione è un progetto rivoluzionario di popolo e di secolarizzazione del cattolicesimo da attuarsi insieme agli eredi del PCI. Egli intende se stesso come il sacerdote di questa religione secolare. Ugualmente la pensa Zuppi che, proprio pochi giorni prima della Settimana sociale aveva citato Dossetti come esempio di impegno politico cattolico e nel febbraio del ’21 aveva scritto una Lettera alla costituzione italiana: “abbiamo bisogno di te per ricordare da dove veniamo e per scegliere da che parte andare”. Così la Chiesa italiana sembra ritenere che il Logos si sia incarnato in Gesù il Cristo per difendere la costituzione e la democrazia.
Il tema centrale della Settimana è stato la democrazia: quale contributo è stato dato alla riflessione sul tema?
Non è stato dato nessun contributo originale perché la democrazia liberale è stata assunta come conforme al Vangelo, sulla scia, ma di molto radicalizzandola, di Maritan e dei suoi epigoni odierni, che sono i cattolici allocati nella sinistra politica. Sono stati individuati alcuni ambiti di impegno per correggere la cosiddetta politica “dello scarto”, ma non è stata condotta una verifica dell’assetto democratico attuale, anche a costo di andare controcorrente. Giuseppe Toniolo, l’iniziatore delle Settimane sociali agli inizi del Novecento, ma anche Giovanni Paolo II molti anni dopo, avevano in testa una ben diversa concezione della democrazia: alla luce delle loro riflessioni quella di adesso non è nemmeno democrazia. Ma niente di tutto questo è venuto alla luce a Trieste.
Perché per la visione cattolica classica la democrazia non è un bene assoluto da difendere e a cui aderire a prescindere dai suoi contenuti?
Guardiamo alla nostra Costituzione. Che la sovranità appartenga al popolo è inaccettabile per la DSC, perché allora il popolo si trasformerebbe in un despota totalitario. La democrazia non è qualcosa di automatico, essa si regge su una visione indisponibile e trascendente della persona umana, senza di cui si riduce a una forma di totalitarismo palese od occulto: se si chiedesse ad un feto umano cosa ne pensa dell’aborto di Stato, direbbe che si tratta di una legge totalitaria. La filosofia che sottostà alla democrazia non può essere il relativismo religioso o etico come si dice oggi a suon di sentenze della Corte costituzionale, ossia una libertà separata dalla verità, perché allora, come diceva Orwell, si potrebbe democraticamente imporre che 2+2 faccia 5. Che lo Stato sia sempre la sintesi accentrata della vita politica, ossia che debba sempre agire piuttosto che far agire, è pure inaccettabile perché contraddice il principio di sussidiarietà. Nella democrazia la partecipazione non è tutto (purtroppo l’unica lamentela dei vescovi è la scarsa partecipazione al voto) perché tutto dipende dai contenuti di verità e di bene che la partecipazione promuove.
Dietro questa edizione c’è stata una forte influenza di persone legate al Partito Democratico, la cui posizione su questioni cruciali contrasta con i principi della DSC: che tipo di collaborazione può esserci in questi casi?
Purtroppo, oggi la Chiesa dice che si può collaborare con tutti. Il principio è sbagliato perché non si deve collaborare con chi si propone il male. Detto questo, poi si constata che la Chiesa non collabora per niente con tutti, ma prevalentemente con la sinistra non solo ideologica ma anche partitica. La presenza a Trieste, sia nella preparazione sia nei lavori stessi, di relatori e coordinatori di lavori di gruppo organiche al Partito Democratico, segnalata dalla Nuova Bussola Quotidiana e da La Verità, è stata scandalosa. Del resto, basti pensare che i vescovi italiani, a pochi giorni dalla convention di Trieste, avevano condannato il premierato e l’autonomia differenziata e uno dei vicepresidenti della CEI, prima del voto europeo, aveva espresso il desiderio di un ritorno allo spirito di Ventotene.
Intervista di Martina Pastorelli a Stefano Fontana
Pubblicata su “La Verità” di domenica 14 luglio 2024

