Ieri, 1 maggio 2022, era la festa liturgica di San Giuseppe. Nell’occasione pubblichiamo l’articolo di Don Calogero [Lillo] d’Ugo dal titolo “Il valore del lavoro nel sublime modello della bottega di Nazareth” dedicato a San Giuseppe Lavoratore e Patrono celeste dei Lavoratori. L’articolo viene estratto dal fascicolo 3 del 2021 del  “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa” [vedi l’indice e acquistalo QUI]

Il valore del lavoro nel sublime modello della bottega di Nazareth

Quest’anno dedicato alla figura di S. Giuseppe, c’invita, operando una sorta di compositio loci, ad entrare nella sua bottega, contemplando il Dio fattosi uomo che lì lavora.  È un’occasione per considerare alla luce della Dottrina sociale della Chiesa il valore naturale e soprannaturale del lavoro.

Premessa

Nel periodo estivo ci siamo concessi qualche settimana di riposo staccando dal lavoro e dagli impegni ordinari.  Tutti siamo ritornati al solito lavoro, magari amato ed odiato, per esprimerci con qualche reminiscenza “catulliana”. Da qui sorge una domanda: il lavoro ha un valore intrinseco? O è solamente una castigo o una necessità per ricavare i soldi per mantenerci?

Per meglio rispondere, dobbiamo mettere in chiaro due pregiudizi relativi al lavoro che sono presenti sia negli intellettuali sia nell’uomo della strada. Il primo è di disprezzo. I filosofi greci lo disprezzavano, ritenendo solamente la teoresi (la contemplazione dell’Essere)  come l’attività degna del vero uomo (il filosofo), mentre ogni altro lavoro era per gli schiavi o per gli uomini rozzi, carnali. Anche un filone della cultura cristiana lo ha considerato negativamente e quando lo ha accolto (si pensi a certo mondo monastico),  lo ha inquadrato in una cornice solamente ascetica. L’altro pregiudizio è quello dell’esaltazione. Alcuni pensatori moderni lo hanno assolutizzato in maniera prometeica intendendolo come l’unico fine della persona e della storia. Si pensi a Locke, alle poderosi analisi di Hegel e a Marx con tutte le conseguenze politiche del suo pensiero.

Questi due pregiudizi, più o meno razionalizzati, sembrano incontrarsi in molti nostri contemporanei anche cristiani. È facile incontrare l’imprenditore o il dipendente di un’azienda che non ha tempo per nulla, ma è sempre indaffarato in riunioni, incontri, viaggi, ecc. Come è facile incontrare persone  che non aspettano altro che fare le ore previste e fuggire verso le attività divertenti del fine settimana.

Lavoro e lavoratore

La Dottrina sociale della Chiesa non mette al centro della sua considerazione il lavoro, ma il lavoratore,  cioè la persona umana che svolge un’attività lavorativa. Lo stesso senso comune dà al lavoro quasi un valore rivelativo. Quando si vuole conoscere qualcuno, una delle prime domande che si pongono è: “Che lavoro svolge?” e la risposta dice molto sulla persona. Manifesta luoghi, conoscenze, relazioni, grado d’istruzione, affinità, ecc. Allora, in principio c’è l’uomo, poi il suo lavoro. In questa logica afferma la Gaudium et spes: «L’attività umana deriva dall’uomo…» (n.35).

Questo modo di considerare il problema ha conseguenze teoriche e pratiche fondamentali per comprendere complesse dinamiche relative al lavoro: significato e valore del lavoro; i diritti/doveri del lavoratore; l’impresa; il mercato; la remunerazione; l’organizzazione sindacale e aziendale; le provvidenze sociali; ecc.

Giovanni Paolo II scrive: «L’uomo, creato ad immagine di Dio, mediante il suo lavoro partecipa all’opera del Creatore (…). L’uomo, lavorando, deve imitare Dio, suo Creatore». (LE n. 25). Chi lavora perfeziona l’opera della stessa creazione che essendo “in statu viae” necessita di tale contributo e diviene quasi “con-creatore” con Colui che lo ha creato a “sua immagine e somiglianza”.

Il peccato originale non annulla questa vocazione dell’uomo, ma mette il lavoro, come ogni altra attività, sotto l’ombra dell’egoismo e lo fa vivere come «fatica a volte pesante (…) che non cambia il fatto che esso è la via sulla quale l’uomo realizza il dominio (…) sul mondo visibile» (LE n. 9). Il termine “dominio “ va inteso nel suo senso più profondo che lo stesso verbo latino “dominare” esprime. L’uomo si deve comportare come il “dominus” (padrone) che custodisce la propria “domus” (casa). Egli è il custode responsabile del creato anche attraverso il lavoro e non l’utente di un bene che gli appartiene. Questo rapporto uomo-ambiente fonda l’ecologia cristiana.

La spiritualità del lavoro

«Eppure con tutta questa fatica e forse, in un certo senso, a causa di essa, il lavoro è un bene dell’uomo» (LE n. 9). Si sottolinea la dimensione sacrificante del lavoro dalla quale si può ricavare, per la Redenzione di Cristo, un valore. Il lavoro pur essendo un bonum arduum rimane sempre un bonum pro homo ac pro hominibus.

A questo punto Giovanni Paolo II, parlando di Vangelo del lavoro, scrive: «Gesù che lo proclamava, era egli stesso uomo del lavoro, del lavoro artigiano, come Giuseppe di Nazaret. (…) Sopportando la fatica del lavoro in unione con Cristo crocifisso per noi, l’uomo collabora in qualche modo con il Figlio di Dio alla redenzione, nel quale il Cristo ha accettato per noi la sua croce. Nel lavoro, grazie alla luce della Resurrezione, troviamo sempre un barlume della vita nuova, del nuovo bene, quasi come un annuncio dei cieli nuovi e della terra nuova» (LE nn. 26-27).

Il Magistero, già con la Rerum novarum (1891), passando per la Mater et magistra (1961) e giungendo alla fondamentale Laborem exercens (1981), ha definito i fini del lavoro umano e la Gaudium et spes così li sintetizza: «Con il lavoro, l’uomo abitualmente provvede alle condizioni di vita proprie e dei suoi familiari; comunica con gli altri e rende un servizio agli uomini suoi fratelli. Può praticare una vera carità e collaborare con la propria attività al completarsi della divina creazione. Inoltre, offrendo a Dio il proprio lavoro, l’uomo si associa all’opera redentiva di Cristo» (n. 67).

Il primo fine del lavoro è procurare a sé e alla propria famiglia i mezzi per una vita dignitosa e serena. Il frutto abbondante del proprio lavoro autorizza l’uomo a investire per migliorare la sua situazione e quella delle persone a sé vicine. Già la Rerum novarum affermava che il lavoratore non solo ha diritto di esigere il giusto, ma anche «d’investire come vuole la giusta mercede» (n. 4). È chiara l’indicazione a riconoscere le capacità imprenditoriali di ogni persona che ha diritto a migliorarsi anche attraverso la proprietà privata gestita in maniera cristiana.

Un secondo fine è prestare un servizio al prossimo in forza di una solidarietà naturale che ci unisce l’uno all’altro. Il lavoro ben fatto muove il progresso delle società migliorando la vita ai nostri simili. In una prospettiva cristiana questo fine tocca l’ambito della carità sociale e la Gaudium et spes così recita: «lo scopo di conseguire una maggiore giustizia, una più estesa fraternità e un ordine più umano nei rapporti sociali, ha più valore dei progressi in campo tecnico»  (n. 35).

Un terzo fine è il perfezionamento umano e professionale di se stesso. L’uomo che lavora «apprende molte cose, sviluppa le sue facoltà, è portato a uscire da sé e a superarsi» (n. 35). Tale sviluppo, se è ben compreso, vale più delle ricchezze esteriori che si possono accumulare.

Non ultimo fine, per il cristiano, il lavoro diviene occasione di unione col suo Signore che lo chiama a tale vocazione in forza della vita teologale che lo lega a Dio, quel Dio che in suo Figlio ha lavorato nell’ambito artigianale e pastorale. Inoltre, il lavoro crea occasione d’incontro con gli altri ai quali può portare la testimonianza della sua fede, speranza e carità teologali. «In unione con Gesù divino redentore (…) mentre realizza il proprio perfezionamento soprannaturale, contribuisce a estendere e diffondere sugli altri il frutto della redenzione» (MM n. 269). Anche «sopportando la fatica del lavoro in unione con Cristo crocefisso, l’uomo collabora in qualche modo con Figlio di Dio alla redenzione dell’umanità» (LE n. 27).

Partendo da queste verità di fede, Giovanni Paolo II esorta alla «Formazione di una spiritualità del lavoro, tale da aiutare tutti gli uomini ad avvicinarsi per il suo tramite a Dio, Creatore e Redentore, a partecipare ai suoi piani salvifici per l’uomo e per il mondo» (LE n. 25).

Superando la visione negativa o prometeica del lavoro, il cristiano viene a scoprire che con il suo lavoro si santifica perché realizza una vocazione divina che dà gloria a Colui che lo ha chiamato a compierlo; santifica il lavoro producendo beni onesti e perfezionando il creato e santifica gli altri perché offre loro qualcosa di ben fatto nell’intenzione onesta e nella qualità materiale: lava i loro piedi nella cena della sua professionalità e costruisce beni concreti per contribuire al bene comune di cui c’è necessità grande. Inoltre, il lavoro fatto alla presenza di Dio diventa occasione di unione con Lui, luogo di preghiera, quasi luogo mistico.

Tale Vangelo del lavoro può riempire il cuore del cristiano e di ogni uomo che lavora e rendere più bella la vita lavorativa. Alla Chiesa di oggi, che forse dall’epoca della Laborem exsercens non dedica un autorevole intervento sulla problematica, va ricordato il dovere di annunciare tali verità per riempiere di senso una delle attività quotidiane fondamentali del cristiano che lavora fuori o a casa o che studia.

Lavoratore, lavoro e dintorni: capitale, banche, impresa e sindacati

Il lavoro possiede anche una componente oggettiva che innesta il lavoratore in alcune dinamiche socio-economiche che brevemente prenderemo in considerazione.

Non ci sfugga mai che non esiste il lavoratore né il lavoro, ma l’uomo con le sue molteplici dimensioni naturali che agisce per realizzare uno o più beni, cioè lavora. È chiaro che possiamo usare parole come: lavoratore, lavoro, produzione o altre che cadono nel loro ordine semantico, ma concettualmente bisogna avere chiaro quanto già espresso.

Il primo elemento che consideriamo è il capitale: quella ricchezza sottratta al consumo immediato che può essere usata per altri fini. Il capitale, nella Dottrina sociale della Chiesa, è spesso rapportato al concetto di salario, cioè la giusta retribuzione del lavoratore. Sono due istituzioni correlate e ambedue legittime. Già Leone XIII scriveva nella Rerum novarum: «Né il capitale può stare senza il lavoro, né il lavoro senza il capitale» (n.15). Su questa linea di possibilità armonica si pone la Dottrina sociale della Chiesa sia come Magistero sia con riflessione teologica.

Dall’Ottocento, la teologia morale, alla luce dei grandi cambiamenti socio-economici che erano avvenuti, cambiò la comprensione dell’utilizzo dello stesso prestito di capitali. L’utile che trae origine dall’apporto di denaro è considerato in sé legittimo a causa del servizio che la persona presta tramite il suo denaro e del rischio che questo servizio comporta, a patto che tale utile non attenti alla giusta corresponsione del giusto salario al lavoratore. Nella Quadragesimo anno, la legittimità del capitale è legata al diritto di proprietà privata dei mezzi di produzione. L’opera delle banche va inserita in questa prospettiva.

Per la Dottrina sociale della Chiesa non v’è alcuna ingiustizia nel fatto che il proprietario di determinati beni di produzione stabilisca un contratto di lavoro con il dipendente salariato il quale, in cambio di una certa remunerazione, s’impegna a determinate prestazioni d’opera. L’esigenza fondamentale è che la remunerazione sia giusta.

La questione della giusta remunerazione è già presente nella Scrittura: «Ecco. Il salario da voi defraudato ai lavoratori che hanno mietuto le vostre terre grida; e le proteste dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore degli eserciti» (Gc 5,4.) Con la Rerum novarum, per motivi storici legati al conflitto tra lavoro e capitale, diventa una costante della Dottrina sociale e dell’azione sociale della Chiesa. Leone XIII scrisse, che sulla misura del giusto salario, non deve prevalere il pragmatismo di un contratto tra imprenditore e operaio, ma «un elemento di giustizia naturale, anteriore e superiore alla libera volontà dei contraenti, ed è che il quantitativo della mercede non deve essere inferiore al sostentamento dell’operaio, frugale s’intende e di retti costumi» (n. 37).

I diversi riferimenti alla questione che ha fatto papa Francesco, con altre parole e in diverse circostanze, sembrano ribadire le parole di Giovanni Paolo II: «Il problema chiave dell’etica sociale, in questo caso, è quello della giusta remunerazione per il lavoro che è eseguito. Non c’è nel contesto attuale un altro modo più importante per realizzare la giustizia nei rapporti lavoratore-datore di lavoro, di quello costituito appunto dalla remunerazione del lavoro (…). Di qui, proprio il giusto salario diventa in ogni caso concreta verifica della giustizia di tutto il sistema socio-economico» (LE n. 19). Altra questione, molto interessante che il Papa lega a questa, è relativa alla rivalutazione sociale dei compiti materni cui qui solamente accenniamo.

Il luogo dove il capitale, il giusto salario familiare (cioè utile all’intera famiglia del lavoratore) e la produzione di utili s’incontrano è l’impresa.

L’utile d’impresa è di se stesso legittimo e necessario sempre che si mantenga nell’ambito delle leggi morali della giustizia che riconoscono alla persona il fine di tutto il processo economico. Questo utile si deve distinguere concettualmente dall’interesse sul capitale e dalla remunerazione al lavoro imprenditoriale. È il reddito residuo o utile netto che deve essere giudicato in termini di giustizia sociale e che è rigorosamente regolato dalla legge morale in quanto a uso e destinazione.

L’eliminazione dello scopo di lucro dal processo produttivo è una delle cause del clamoroso insuccesso delle economie socialiste che spesso hanno dovuto reintrodurre questa finalità per aumentare la produttività.

L’utile è legittimo per il servizio produttivo dell’impresa (che organizza complessi e diversi elementi produttivi) e il rischio che ne deriva. In questa logica è pensabile la partecipazione del lavoratore all’impresa.

Nella Quadragesimo anno, Pio XI riprese un principio già formulato da Leone XIII e approfondito anche dopo, «l’impiegare più copiosi proventi in opere che diano più larga opportunità di lavoro, purché tale lavoro sia per procurare beni veramente utili» (n. 51). Realtà ecclesiali (l’opera dei Focolarini con le attività legate all’Economia di Comunione) e singoli o piccoli gruppi d’imprenditori (l’azienda Ferrero) hanno tradotto in pratica queste indicazioni con interessanti risultati. Sarebbe interessante valutare, al di là chi lo consegue, il rapporto tra l’utile ricavato, il lecito utilizzo e lo spreco nel lusso.

Quanto finora scritto rientra nel concetto di “imprenditoria diretta”, ma Giovanni Paolo II, nella Laborem exercens, parla anche di “imprenditoria indiretta”, termine che indica persone, istituzioni fisiche e giuridiche e principi che «determinano tutto il sistema socio-economico o da esso risultano» (n. 17) e che non possono essere non considerati nella comprensione ed organizzazione socio-economica. La responsabilità dell’imprenditore indiretto condiziona diversi aspetti dei rapporti di lavoro e coinvolge la società civile e lo Stato, specie quando si tratta di stabilire una politica del lavoro corretta dal punto di vista etico, superando o regolando le competenze dell’imprenditore diretto.

Nella situazione riferita, si collocano i sindacati che con la loro organizzazione e attività hanno lo scopo di informare e difendere gli interessi dei lavoratori che hanno il diritto di associarsi in essi. La Dottrina sociale della Chiesa riconosce tale diritto ed ha una visione positiva del sindacato. A tal proposito scrive Giovanni Paolo II: «La dottrina cattolica non ritiene che i sindacati costituiscano il riflesso della struttura di classe della società e che siano l’esponente della lotta di classe (…) Essi sono un esponente della lotta per la giustizia sociale, per i giusti diritti degli uomini del lavoro a seconda delle singole professioni. Tuttavia, questa lotta deve essere vista come un normale adoperarsi per il giusto bene; (…) non è una lotta contro gli altri. In questa logica solidale e armonica, lo stesso diritto di sciopero, per i problemi che può provocare alla vita quotidiana della società civile, è considerato come strumento da adorarsi con prudenza» (LE n. 19).

Questi elementi socio-economici legati al lavoro, se giocano in una logica inclusiva sia del bene comune sia dei beni fisici dell’economia, possono realizzare uno sviluppo economico che non esclude quello umano. Studi interessanti mostrano come la salvaguardia della dimensione etica anche nel complesso mondo della finanza, dell’economia e della politica non deprime questi ambiti specifici, ma può migliorare il tutto.

Don Calogero D’Ugo

 

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