Lettera aperta ai vescovi del Consiglio Episcopale Latinoamericano e dei Caraibi (CELAM)

Cari fratelli vescovi:

Ho letto il messaggio che avete pubblicato al termine della 40ª Assemblea tenutasi a Rio a fine maggio. Quali buone notizie ho trovato nel messaggio? Scusate la franchezza: nessuna. Voi, vescovi del CELAM, ripetete sempre lo stesso ritornello: sociale, sociale, sociale. Lo fate da più di cinquant’anni. Cari fratelli maggiori, non vedete che questa musica sta diventando noiosa? Quando ci darete la buona novella su Dio Padre, Cristo e il suo Spirito? Sulla grazia e la salvezza? Sulla conversione del cuore e la meditazione della Parola? Sulla preghiera e l’adorazione, la devozione alla Madre del Signore e altri temi simili? Infine, quando ci annuncerete un messaggio veramente religioso e spirituale?

Questo è proprio ciò di cui abbiamo più bisogno oggi e ciò che aspettiamo da tempo. Mi vengono in mente le parole di Cristo: «I figli chiedono un pane e voi date loro una pietra» (Mt 7,9). Anche il mondo laico è stufo della secolarizzazione e cerca la spiritualità. Ma no, voi continuate a offrire loro il sociale, e sempre il sociale; dello spirituale, appena qualche briciola. E pensare che siete i custodi del tesoro più importante, quello di cui il mondo ha più bisogno e che voi, in un certo senso, gli negate. Le anime chiedono il soprannaturale e voi insistete nel dare loro il naturale. Questo paradosso è evidente anche nelle parrocchie: mentre i laici si dilettano a mostrare i segni della loro identità cattolica (croci, medaglie, veli e camicette con stampe religiose), preti e suore vanno controcorrente e appaiono senza alcun segno distintivo.

Eppure osate dire, con grande convinzione, di ascoltare le “grida” della gente e di essere “consapevoli delle sfide” di oggi. Ascoltate davvero, o rimanete semplicemente superficiali? Leggo il vostro elenco delle “grida” e delle “sfide” odierne e vedo che non è altro che ciò che dicono giornalisti e sociologi comuni. Non sentite come, dalle profondità del mondo, si levi oggi un formidabile grido a Dio? Un grido che persino molti analisti non cattolici già odono? La ragione d’essere della Chiesa e dei suoi ministri non è forse proprio quella di ascoltare questo grido e di rispondervi, una risposta vera e completa? I governi e le ONG sono lì per rispondere alle grida sociali. La Chiesa, senza dubbio, non può rimanere in disparte, ma non è protagonista in questo campo. Il suo ambito d’azione è un altro, più alto: rispondere proprio al grido che cerca Dio.

So che voi, come vescovi, subite giorno e notte la vessazione dell’opinione pubblica che vi spinge a definirvi “progressisti” o “tradizionalisti”, “di destra” o “di sinistra”. Ma sono queste le categorie appropriate per i vescovi? Non sono piuttosto “uomini di Dio” e “ministri di Cristo”? Su questo, San Paolo è categorico: “Gli uomini ci considerino ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio” (1 Cor 4,1). Non è inutile ricordare qui che la Chiesa è, soprattutto, un “sacramento di salvezza” e non una mera istituzione sociale, progressista o no. Essa esiste per annunciare Cristo e la sua grazia. Questo è il suo scopo primario, il suo impegno più grande e permanente. Tutto il resto è secondario. Perdonatemi, cari vescovi, se vi ricordo ciò che già sapete. Ma se lo sapete, perché allora tutto questo non appare nel vostro messaggio e negli scritti del CELAM in generale? Leggendoli, si giunge quasi inevitabilmente alla conclusione che, oggi, la grande preoccupazione della Chiesa nel nostro continente non è la causa di Cristo e della sua salvezza, bensì cause sociali, come la giustizia, la pace e l’ecologia, che lei cita nel suo messaggio come un ritornello.

La stessa lettera che Papa Leone XIV inviò al CELAM, tramite il suo Presidente, parla inequivocabilmente dell'”urgente necessità di ricordare che è il Risorto, presente tra noi, che protegge e guida la Chiesa, ravvivandola nella speranza”, ecc. Il Santo Padre ricorda loro anche che la missione propria della Chiesa è, nelle sue stesse parole, “andare incontro a tanti fratelli e sorelle, per annunciare loro il messaggio di salvezza in Cristo Gesù”. Tuttavia, qual è stata la loro risposta al Papa? Nella lettera che gli scrissero, non fecero eco a questi moniti papali. Piuttosto, invece di chiedergli di aiutarli a mantenere viva nella Chiesa la memoria del Risorto e della salvezza dei loro fratelli in Cristo, gli chiesero di sostenerli nella loro lotta per “promuovere la giustizia e la pace” e nel “denunciare ogni forma di ingiustizia”. In breve, quello che dissero al Papa fu il solito ritornello: “sociale, sociale…”, come se lui, che aveva lavorato tra noi per decenni, non l’avesse mai sentito. Si potrebbe dire: “Tutte queste verità sono date per scontate, non c’è bisogno di ripeterle di continuo”. Non è vero, cari vescovi. Dobbiamo ripeterle con rinnovato fervore ogni giorno; altrimenti andranno perdute. Se non fosse necessario ripeterle più e più volte, perché Papa Leone le ha ricordate? Sappiamo cosa succede quando un uomo dà per scontato l’amore della moglie e non si preoccupa di coltivarlo. Questo vale infinitamente di più per la fede e l’amore per Cristo.

Certamente, il suo messaggio non manca di vocabolario della fede. Vi leggo: “Dio”, “Cristo”, “evangelizzazione”, “resurrezione”, “Regno”, “missione” e “speranza”. Tuttavia, si tratta di parole inserite nel documento in modo generico. Mancano di un chiaro contenuto spirituale. Piuttosto, richiamano alla mente il solito ritornello “sociale, sociale e sociale”. Prendiamo, ad esempio, le prime due parole, fondamentali e più che basilari per la nostra fede: “Dio” e “Cristo”. Quanto a “Dio”, lo menzionano solo nelle espressioni stereotipate di “Figlio di Dio” e “Popolo di Dio”. Fratelli e sorelle, non è sorprendente? Quanto a “Cristo”, compare solo due volte, ed entrambe di sfuggita. Uno di questi è quando, ricordando i 1700 anni trascorsi da Nicea, parlano della “nostra fede in Cristo Salvatore”, qualcosa di estremamente importante in sé, ma che non ha alcuna attinenza con il vostro messaggio. Mi chiedo perché non approfittiamo di questa immensa verità dogmatica per rinnovare, con tutto il fervore, il primato di Cristo-Dio, la cui presenza oggi è così scarsa nella predicazione e nella vita della nostra Chiesa.

Le Vostre Eccellenze dichiarano, e a ragione, di desiderare una Chiesa che sia “casa e scuola di comunione” e, inoltre, “misericordiosa, sinodale e in uscita”. E chi non lo desidera? Ma dov’è Cristo in questa immagine ideale della Chiesa? Una Chiesa che non ha Cristo come sua ragion d’essere e di parlare è, per usare le parole di Papa Francesco, nient’altro che una “pia ONG”. Non è forse proprio questo il cammino verso cui si sta dirigendo la nostra Chiesa? Nella migliore delle ipotesi, invece di diventare agnostici, i fedeli a volte diventano evangelici. In ogni caso, la nostra Chiesa sta perdendo le sue pecore. Vediamo chiese, seminari e conventi vuoti intorno a noi. Nella nostra America, sette o otto paesi non hanno più una maggioranza cattolica. Il Brasile stesso è sulla buona strada per diventare “il più grande paese ex cattolico del mondo”, per usare le parole di un noto scrittore brasiliano [Nelson Rodrigues]. Eppure, questo continuo declino non sembra preoccuparvi molto. Mi viene in mente la denuncia del profeta Amos ai capi del popolo: “Non piangete per la rovina di Giuseppe” (Am 6,6). È strano che, di fronte a un declino così evidente, non diciate una parola nel vostro messaggio. Ancora più terribile è che il mondo non cattolico parli di questo fenomeno più dei vescovi, che preferiscono tacere. Come non ricordare qui l’accusa di “cani muti” rivolta da San Gregorio Magno e ripresa pochi giorni fa da San Bonifacio [nell’Ufficio delle Letture]?

Certamente, la Chiesa nella nostra America non è solo in un processo di declino, ma anche di ascesa. Voi stessi affermate nel vostro messaggio che la nostra Chiesa “continua a battere con forza” e che da essa germogliano “semi di risurrezione e di speranza”. Ma dove sono questi “semi”, cari vescovi? Non sembrano essere nell’ambito sociale, come potreste immaginare, ma in quello religioso. Si trovano soprattutto nelle parrocchie rinnovate, così come nei nuovi movimenti e comunità, fecondati da quella che Papa Francesco ha chiamato la “corrente di grazia carismatica”, di cui il Rinnovamento Carismatico Cattolico è la forma più nota. Sebbene queste espressioni di spiritualità ed evangelizzazione costituiscano l’aspetto ecclesiale che più permea le nostre chiese (e i cuori dei fedeli), non hanno meritato un solo saluto nel messaggio episcopale. Tuttavia, lì, in quel vivaio spirituale, risiede il futuro della nostra Chiesa. Un segno eloquente di questo futuro è che, mentre nella sfera sociale vediamo attualmente quasi solo “teste grigie”, in quella spirituale possiamo osservare un massiccio afflusso di giovani.

Cari vescovi, sento già la vostra reazione repressa e forse indignata: “Ma allora, con questo discorso presumibilmente ‘spirituale’, la Chiesa dovrebbe ignorare i poveri, la violenza sociale, la distruzione ecologica e tante altre tragedie sociali? Non sarebbe forse un segno di cecità e persino di cinismo?”. Sono d’accordo, fratelli. Che la Chiesa debba impegnarsi in tragedie come queste è indiscutibile. La vera domanda, tuttavia, è questa: quando la Chiesa si impegna in queste tragedie, lo fa in nome di Cristo? Il suo intervento sociale e quello dei suoi attivisti sono davvero trasformati dalla fede e, specificamente, per quanto ridondante, dalla fede cristiana? In effetti, se la Chiesa entra nella lotta sociale senza essere informata e animata dalla sua fede, la fede cristologica, non farà più di qualsiasi ONG. Pertanto, continuerà a fare “più o meno la stessa cosa” e, col tempo, peggiorerà: la sua azione sociale sarà incoerente, perché, senza il lievito di una fede viva, la lotta sociale stessa finisce per essere pervertita: da liberatrice, diventa ideologica e, infine, oppressiva. È questo il lucido e serio monito lanciato da San Paolo VI (Evangelii Nuntiandi 35) a proposito della “teologia della liberazione” allora emergente (un monito che, come abbiamo visto, questa teologia non seppe sfruttare appieno).

Cari anziani, lasciatemi chiedere: dove volete portare la nostra Chiesa? Parlate molto del “Regno”, ma qual è il contenuto concreto di quel “Regno”? Dato che parlate così tanto di costruire una “società giusta e fraterna” (un’altra delle vostre argomentazioni), si potrebbe pensare che tale società sia il contenuto centrale del “Regno” che evocate. Non ignoro l’elemento di verità in questo. Tuttavia, non dite nulla del contenuto principale del “Regno”, cioè il Regno presente sia nei nostri cuori oggi che nella sua consumazione domani. Non c’è escatologia nel vostro discorso. È vero: parlate due volte di “speranza”, ma in modo così vago che, data la polarizzazione sociale del vostro messaggio, nessuno, sentendo quella parola dalla vostra bocca, alzerebbe gli occhi al cielo. Non nego, cari fratelli, che il cielo sia anche la vostra “grande speranza”, ma allora, perché questa vergogna nel parlare a voce alta e chiara, come tanti vescovi del passato, del “Regno dei Cieli”, e anche dell'”inferno”, della “resurrezione dei morti”, della “vita eterna” e di altre verità escatologiche che offrono tanta luce e forza per le lotte del presente, oltre al significato ultimo di ogni cosa? Non che l’ideale terreno di una “società giusta e fraterna” non sia bello e grandioso. Ma nulla può essere paragonato alla Città Celeste (Fil 3,20; Eb 11,10.16), di cui, fortunatamente, attraverso la nostra fede, siamo cittadini e lavoratori, e voi, attraverso il vostro ministero episcopale, siete i grandi architetti. Sì, anche voi contribuirete alla Città terrena, ma questa non è la vostra specialità, bensì quella dei politici e degli attivisti sociali.

Vorrei credere che l’esperienza pastorale di molti di voi, come vescovi, sia più ricca e persino più diversificata di quella che emerge dal vostro messaggio. Questo perché i vescovi, non essendo soggetti al CELAM (che è semplicemente un organo al vostro servizio), ma solo alla Santa Sede (e, naturalmente, a Dio), hanno la libertà di imporre alle rispettive Chiese la linea pastorale che ritengono migliore. Ciò a volte si traduce in una legittima dissonanza con la linea proposta dal CELAM. Vale la pena aggiungere un’altra dissonanza: quella tra i ricchi documenti delle Conferenze Generali del CELAM e la linea più ristretta del CELAM stesso. Aggiungerei, con il vostro permesso, una terza dissonanza, più vicina al vostro cuore: quella che può verificarsi, e spesso si verifica, tra il magistero episcopale e gli organi consultivi teologici, cioè tra i vescovi e i redattori dei loro documenti. Tuttavia, pur con tutte queste discrepanze, che ci offrono una visione molto diversa della situazione della nostra Chiesa, il vostro Messaggio per il 70° anniversario del CELAM sembra essere un riflesso fedele della situazione generale della nostra Chiesa: una Chiesa che dà priorità al sociale rispetto al religioso. E voi, vescovi del CELAM, avete voluto approfittare della vostra 40ª Assemblea Generale per “rinnovare l’impegno” a proseguire su questa strada, cioè dare priorità al sociale. E avete deciso di intraprendere questa opzione con piena determinazione ed esplicito, come dimostra il vostro triplice uso dei termini “rinnovare” e “impegno”.

Capisco, cari vescovi, senza voler giustificare nulla, che insistendo, non irragionevolmente, sulle questioni sociali e sulle loro dolorose tragedie, abbiate finito per relegare la religione in secondo piano, senza, naturalmente, negarne il primato. Questo, in effetti, è stato un processo che, quasi senza che ce ne rendessimo conto e non senza grandi pericoli, è iniziato a Medellín [in occasione della Seconda Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano del 1968] ed è giunto fino a noi. Tuttavia, sapete per esperienza che, senza far uscire al più presto la questione religiosa da quell’ombra ed esporla alla luce con discorsi e azioni, il suo primato finisce per perdersi. È ciò che è accaduto con la figura centrale di Cristo: è finito relegato in secondo piano. Se continua a essere confessato come Signore e Capo della Chiesa e del mondo, lo è solo superficialmente, o quasi. La prova di questo lento deterioramento è davanti ai nostri occhi: la decadenza della nostra Chiesa. Se continuiamo su questa strada, decadiamo sempre di più. Tutto questo perché, prima di diminuire numericamente, il fervore della fede, la fede in Cristo, centro dinamico della Chiesa, è tristemente diminuito. Come potete vedere, fratelli e sorelle, sono i numeri a sfidare tutti noi, ma soprattutto i vescovi del CELAM, a correggere l’orientamento generale della nostra Chiesa, affinché, riprendendo con fervore la nostra scelta per Cristo, essa possa tornare a crescere in qualità e quantità.

È dunque tempo, e più che tempo, di far uscire Cristo dall’ombra e portarlo alla piena luce. È tempo di restituirgli il primato assoluto, sia nella Chiesa ad intra (nella coscienza individuale, nella spiritualità e nella teologia), sia nella Chiesa ad extra (nell’evangelizzazione, nell’etica e nella politica). La Chiesa del nostro continente ha urgente bisogno di tornare al suo vero centro, al suo “primo amore” (Ap 2,4). Un vostro predecessore, il vescovo san Cipriano, la esortava con queste parole lapidarie: “non anteporre nulla a Cristo” (Christo nihil omnino praeponere). Dicendo questo, cari vescovi, vi chiedo forse qualcosa di nuovo? Niente affatto. Vi ricordo semplicemente l’esigenza più evidente della fede, della fede “antica e sempre nuova”: l’opzione assoluta per Cristo Signore, l’amore incondizionato per Lui, che è richiesto in modo particolare a voi, come a Lui è stato richiesto per Pietro (Gv 21,15-17). Pertanto, è urgente adottare e praticare con chiarezza e determinazione un cristocentrismo forte e sistematico; un cristocentrismo davvero “travolgente”, come lo definì San Giovanni Paolo II. Non si tratta affatto di cadere in un cristomonismo alienante (si noti la parola “cristomonismo”). Si tratta di vivere un cristocentrismo aperto, che fermenta e trasforma tutto: le persone, la Chiesa e la società.

Se ho osato rivolgermi direttamente a voi, cari vescovi, è perché da tempo vedo, con sgomento, ripetuti segni che la nostra amata Chiesa sta correndo un grave rischio: quello di allontanarsi dalla sua essenza spirituale, a suo discapito e a danno del mondo. Quando la casa brucia, chiunque può gridare. Poiché siamo tra fratelli, condivido con voi un’ultima confidenza. Dopo aver letto il vostro messaggio, mi è accaduto qualcosa che ho sentito quasi vent’anni fa, quando, incapace di sopportare oltre i ripetuti errori della teologia della liberazione, un tale impulso è sorto dal profondo della mia anima che ho battuto il pugno sul tavolo e ho detto: “Basta! Devo parlare”. È un simile impulso interiore che mi spinge a scrivere questa lettera, nella speranza che lo Spirito Santo possa avervi avuto qualcosa a che fare.

Chiedendo alla Madre di Dio di invocare su di voi, cari vescovi, la luce dello stesso Spirito, firmo come fratello e servitore:

P. Clodovis M. Boff, OSM
Rio Branco (Acri), 13 giugno 2025, Festa di Sant’Antonio, Dottore della Chiesa

(Foto: By Lennoazevedo – Own work, CC BY-SA 4.0, wikimedia)

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