Nella mentalità diffusa si indebolisce la consapevolezza della incommensurabile differenza tra uomo e animale. Le filosofie evoluzioniste, dimenticando che il più non può venire dal meno, vedono la persona come un animale perfezionato. Le dottrine sociologiche dell’anti-specismo negano che la natura dell’uomo sia diversa da quella degli altri animali. Perfino la gente per strada parla dei cani che tengono al guinzaglio con le stesse parole di cui una volta le mamme parlavano dei loro bambini. Anche la teologia cattolica si è avventurata a rivedere il concetto di “gerarchia dell’essere”, e parla di una unica “comunità ecologica” e di una “famiglia universale” per cui la persona non si troverebbe più “al centro” ma sarebbe “nel centro”.

Vale la pena, quindi, tornare a parlare della differenza ontologica dell’uomo rispetto all’animale. La differenza ontologica è quella più radicale, perché si fonda sull’essere e non sui fenomeni o sui comportamenti o sulle interpretazioni. Se non c’è differenza qui, non c’è differenza alcuna.

Osservando gli uomini e gli animali si notano molte differenze che mostrano la loro diversità. I castori costruiscono le loro dighe sempre nello stesso modo, mentre gli uomini creano musicalmente sempre nuove sinfonie, gli animali comunicano ma non parlano, non hanno coscienza morale, non dipingono affreschi e non informatizzano i robot. Presentare queste differenze fenomenologiche è senz’altro utile, però l’animalista e l’anti-specista di oggi troverebbero sempre il modo di aggirare l’ostacolo, sostenendo per esempio che le cosiddette facoltà superiori dell’uomo hanno una origine cerebrale, organica, quindi materiale, il che fa della persona umana al massimo un animale particolarmente evoluto. Questi argomenti sono quindi veri e utili ma non sono decisivi. Bisogna andare più a fondo e per farlo bisogna arrivare all’anima spirituale. Niente di meno.

L’uomo è ontologicamente altro dagli altri animali perché ha un’anima spirituale. Anche gli animali, che pure sono esseri animati, come si dice, hanno un’anima, ma si tratta di un’anima naturale, atta appunto ad animare dal di dentro il corpo. Quell’anima è nel corpo come suo atto primo, direbbe Aristotele. Per l’uomo non è così. Su questo la filosofia classica e cristiana hanno detto molte cose interessanti.

La prima è che l’anima dell’uomo è sostanza, cioè qualcosa che esiste a titolo proprio e non è un modo di essere di qualcos’altro, soprattutto non lo è del corpo. La seconda è che è una sostanza spirituale. Come si fa a sostenere che l’anima è sostanza? Lo è perché l’uomo esercita una funzione per la quale ha sì bisogno del corpo, ma poi procede anche senza il corpo. Questa funzione è quella conoscitiva. L’uomo conosce sensibilmente il colore rosso, ma l’occhio che egli adopera per farlo non diventa rosso, ad essere conosciuta è la forma sensibile del rosso, vale a dire qualcosa di immateriale, anche se ancora sotto alcune condizioni materiali. L’uomo conosce poi con l’intelletto il “che-cos’è” una cosa – la sua forma o essenza di albero o di gatto … – usando anche i dati sensibili, ma poi procedendo da solo perché quell’essenza – o forma intelligibile – è totalmente immateriale. Se c’è una funzione, deve esserci anche chi la fa. E se c’è una funzione attuata in modo immateriale, chi la fa deve essere immateriale. L’anima è questa sostanza immateriale, che non può derivare da un’altra sostanza immateriale, meno che meno può derivare da una materiale, ma deve quindi essere creata immediatamente da Dio. Essa non è nel corpo, come quella degli animali, è il corpo a venire assunto nell’essere dell’anima.

Una volta si diceva che la differenza tra uomo e animale sta nell’intelligenza. Rimane corretto dirlo perché l’atto dell’intelligere è, come abbiamo detto, immateriale e quindi rivela la superiorità ontologica dell’uomo in quanto dotato di un’anima immateriale. Dall’intelligenza poi derivano la libertà e la volontà, il governo di se stessi, la responsabilità dei propri atti sia verso noi stessi che verso gli altri. Tuttavia, può risultare insufficiente parlare di intelligenza senza riferirla all’anima, perché in questo caso l’animalista o l’anti-specista potrebbero spiegarla – magari con l’ausilio di scienze ideologicamente inquinate – in riferimento esclusivo al cervello che, invece, rispetto all’anima e solo uno strumento. Come il senso conosce tramite gli organi di senso, così l’anima conosce tramite il cervello: non è l’occhio a conoscere ma il senso, non è il cervello a conoscere ma l’anima. Con buona pace di alcune tendenze delle neuroscienze.

Questo spiega perché l’uomo possa guardarsi dentro, cosa impossibile per l’animale. Spiega anche come l’uomo sia sempre presente a se stesso, anche quando non pensa a se stesso. Spiega perché nel conoscere, o nell’agire, l’uomo sa di essere lui a conoscere e ad agire. Spiega perché, davanti ad un impulso attrattivo l’uomo sa dire di no, mentre l’animale dice di no solo se un altro impulso più forte lo attrae di più. Spiega anche perché si può parlare, nell’uomo, di trascendenza, mentre nella struttura ontologica dell’animale no.

L’uomo non conosce se stesso direttamente, ma indirettamente, ossia conoscendo. Prima l’uomo conosce e così facendo, conosce di conoscere. L’uomo è capace di auto-coscienza. Questo comporta che in lui ci sia un polo oggettivo, che possiamo chiamare il sé, e un polo soggettivo, che possiamo chiamare l’io. L’io non produce il sé a proprio piacimento, ma lo accoglie come qualcosa di oggettivo e se ne fa carico. Tutti noi ci siamo trovati nelle nostre mani, non come qualcosa di prodotto da noi ma come qualcosa di ricevuto, come una vocazione. Il sé trascende l’io perché gli è indisponibile e quindi già nella struttura antropologica della persona è presente la trascendenza. Nell’animale non è così.

Stefano Fontana

[Originariamente pubblicato su “La Bussola Mensile”, febbraio 2024]

(Foto: Pixabay)

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