È bene non lasciare il tema dei Rave alle sole interpretazioni interessate della politica o ai luoghi comuni della grande stampa che, per definizione, non approfondisce granché. E nemmeno a vocio scomposto di intellettuali, esperti, sociologi, psicologi più o meno allineati. Il tema merita una seria attenzione, perché svela, direttamente o indirettamente, il vero ruolo dell’autorità politica, anche nelle nostre società postmoderne che vorrebbero fare di tutto il mondo un grande Rave, una grande festa dello sballo.

Il punto di partenza deve essere cos’è un Rave. Mario Giordano lo ha mostrato durante l’ultima trasmissione di “Fuori dal coro”. Giovani che si drogano, corpi riversi a terra nella sporcizia, persone completamente alienate da se stesse e dagli altri, individui massificati e storditi, un generale divertimento dissoluto e senza freni, promiscuità. Un Rave è il nichilismo allo stato puro, il rifiuto negativo di tutto ciò che non sia rifiuto, non è un no a qualcosa ma un no a tutto, o meglio è tutto un no, è il vuoto scelto perché vuoto, è la rivoluzione senza più rivoluzione, la demolizione senza più martelli per demolire, perché rappresenterebbero comunque una logica da seguire. Il Rave non ha ragioni, motivazioni, argomenti, scopi. Il Rave è solo il Rave. Il Rave e poi punto.   

Intellettuali e forze politiche di sinistra e progressiste hanno espresso il timore della limitazione della libertà se la legge impedisce i Rave. Sono intervenuti tutti, da Galimberti a De Luca. Aspettiamo ancora Saviano. Ma diventa molto difficile qualificare un Rave come atto di libertà, o come semplice “manifestazione autogestita”. I primi a sconfessare una simile attribuzione di senso sarebbero proprio i giovani che vi partecipano. Davanti agli intellettualoidi progressisti che parlassero di libertà, tirerebbero fuori il dito medio, e da parte loro questa sarebbe già una ampia concessione alle loro ragioni. Per il progressista la libertà è esercitare dei diritti. Ma i Rave sono oltre la cultura dei diritti, anche di quella dei diritti soggettivi del narcisismo borghese, che pure rappresenta la loro preistoria, quello che i Rave erano una volta, prima di svilupparsi coerentemente in se stessi. I Rave sono puro vitalismo dionisiaco, ben oltre anche il Dioniso di Nietzsche, che pure essi liquiderebbero subito con il dito medio levato, ammesso che ne conoscessero l’esistenza. Il Rave ha un significato post-libertario, in qualunque senso si intenda la libertà. Il Rave è anarchia allo stato puro, ma non di tipo politico come gli anarchici classici, ma di tipo in-politico. Il Rave è post-umano. I partecipanti al Rave non sanno cosa sia un Rave, né sanno esprimere le motivazioni per cui ci sono andati, saperlo vorrebbe dire fare i filosofi, esprimere una qualche verità.

Il governo, per giustificare il suo provvedimento giuridico repressivo dei Rave ha addotto alcune motivazioni. La prima è stata il reato di invasione o occupazione di spazi privati o pubblici senza autorizzazione, come avvenuto a Modena. La seconda è stata la opportunità di allinearsi alle legislazioni in materia degli altri Stati europei. Infine, si è fatto accenno al commercio della droga, ingrediente largamente presente in questi raduni. Queste motivazioni sono corrette, ma insufficienti. So bene che il potere politico deve procedere senza dire sempre tutto. Gli “arcana imperii” hanno anche un significato di utilità pubblica. Può quindi darsi che le motivazioni addotte davanti alle telecamere siano solo alcune, quelle più spendibili politicamente senza troppi danni, però rimangono insufficienti. Esse, infatti, non vanno alla radice del ruolo della potestas politica, il cui fondamento è prima di tutto morale.

L’autorità politica non è solo amministrazione di cose, ma governo di persone. Il potere politico non interviene solo perché si è occupato un suolo illegalmente, trascurando cosa si fa in quel luogo, ma ha lo scopo di rendere i cittadini migliori rispetto a quello che sarebbero senza il suo intervento, o quantomeno cercare di impedire che diventino peggiori. Migliori in senso morale, capaci cioè di vivere in aderenza ai fini della persona umana e dell’ordine della società civile. L’autorità politica non può permettere la dissoluzione, l’autodistruzione dei giovani, la violenza immorale verso se stessi e gli altri anche se consenzienti, lo sballo collettivo, lo scivolamento verso il nichilismo distruttivo, la massificazione demolitrice dei significati della vita. I Rave vanno impediti prima di tutto per il loro carattere autolesionistico, per il danno alla dignità umana che essi comportano, per il degrado morale che esprimono, per la loro a-socialità che si esprime attraverso un ammucchiarsi di individui piuttosto che relazionarsi autenticamente. Essendo che il Rave è una a-socialità e non solo una anti-socialità, chi ha a cuore i nostri giovani li deve contrastare. Anche per altri motivi, ma soprattutto per questi.

Stefano Fontana

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